Quando il 27 luglio durante la cerimonia di apertura dei Giochi della XXX Olimpiade nello Stadio Olimpico di Londra sventoleranno i vessilli degli oltre 200 paesi presenti, ci sarà anche la bandiera della Palestina. Un popolo che lotta per il diritto ad avere uno stato che l’Onu, a differenza di molte nazioni e dell’Unesco, ancora non riconosce come tale. Una terra soggetta a occupazione illegale e violenta, il cui destino è da troppo tempo nelle mani interessate di potenze straniere. La possibilità di sventolare la propria bandiera alle Olimpiadi è simbolica e politica, e va ben oltre il risultato sportivo, ha spiegato al-Sayed Dawoud Metwali, membro del Comitato Olimpico palestinese, ad Al Arabiya: “Alzando la bandiera palestinese in un simile evento sportivo internazionale, vogliamo dimostrare che siamo un’entità indipendente e che siamo presenti sulla scena internazionale anche se su piccola scala”.

Il primo atleta a sventolare la bandiera palestinese durante la cerimonia di apertura di un’Olimpiade fu, ad Atlanta 1996, appena un anno la creazione di un comitato olimpico palestinese, il fondista Majed Abu Maraheel, che partecipò poi ai 10mila metri senza superare il primo turno. Da allora i palestinesi hanno sempre partecipato ai Giochi – presenti a Sidney 2000, ad Atene 2004 e a Pechino 2008 – e tra un mese saranno di nuovo in gara anche a Londra 2012. La partecipazione olimpica di atleti palestinesi è però stata garantita, fino ad ora, solo grazie agli inviti del Comitato Organizzatore o del Comitato Olimpico Internazionale: inviti dispensati appositamente ad atleti che, pur non avendo guadagnato il diritto sul campo tramite le qualificazioni, rappresentano paesi in situazione d’instabilità politica, come quelli non ancora ufficialmente riconosciuti dall’Onu. Fino ad ora, perché qualche settimana fa il judoka Maher Abu Rmeileh – 28 anni, originario di Gerusalemme Est – è diventato il primo atleta palestinese a qualificarsi per meriti sportivi. Maher ha raggiunto infatti il punteggio necessario a qualificarsi nella categoria 73 kg del judo ed è entrato a suo modo nella storia. “Sto alla grande, sono in estasi, felicissimo, ho raggiunto un grande risultato per tutta la Palestina – ha detto -. È una pagina storica, finalmente siamo sulla carta geografica dello sport per nostri meriti”.

Gli altri quattro atleti che completano la delegazione palestinese a Londra gareggeranno nel nuoto (Sabine Hazboune e Ahmed Jibril) e nell’atletica (Woroud Sawalha e Bahaa al-Fara), dato che le ‘green card’ vengono concesse solo per questi due sport. Tutti e cinque gli atleti sono stati costretti ad allenarsi in questi ultimi mesi fuori dalla Palestina, chi in Qatar e chi a Barcellona, e soprattutto si sono allenati molto meno dei loro avversari per mancanza di risorse e difficoltà logistiche. Non puntano a una medaglia, che la Palestina non ha mai vinto, e probabilmente nemmeno all’ingresso in una finale. Mirano semplicemente a tenere alto il nome della loro terra troppo a lungo martoriata. Come i due corridori, entrambi allenati da Majed Abu Maraheel. Il fondista che fu il primo portabandiera palestinese ad Atlanta. Bahaa al-Fara, nato a Gaza, gareggerà per i 400 metri e ha detto: “Partecipare alle Olimpiadi è una sensazione meravigliosa, come atleta e come palestinese. Avrò la possibilità di recapitare al mondo il messaggio che la Palestina esiste, nonostante tutti i problemi e le difficoltà”. Woroud Sawalha, nata in un piccolo villaggio vicino a Nablus, in Cisgiordania, correrà invece gli 800 metri e lo farà portando orgogliosamente lo hijab. “Il velo mi offre la possibilità di dimostrare che anche le donne possono fare sport, e incoraggiarle a combattere lo stereotipo che lo sport femminile rovina la salute e la vita sociale – ha raccontato -. Sto facendo del mio meglio per rappresentare la Palestina nel modo più onorevole negli 800 metri, ma so che la sfida è molto dura, anche perché ho potuto allenarmi solo un anno”. Come ha spiegato Eyad al-Omla, presidente dell’atletica palestinese, ad Al Arabiya: “Non vinceremo di sicuro una medaglia, ma bisogna essere pazienti, siamo solo all’inizio”. Perché ogni tanto, persino alle Olimpiadi, l’importante non è vincere: ma partecipare.