Volano gli stracci nell’alta finanza italiana. Mediobanca ha deciso di dare il benservito all’amministratore delegato delle Generali. Ma la vittima designata, Giovanni Perissinotto (che oggi è stato sfiduciato, ndr), proprio non ci sta a farsi da parte e replica ai suoi avversari con una lettera di fuoco che ieri è stata diffusa urbi et orbi. Finita? Macché. A Perissinotto risponde per le rime Leonardo Del Vecchio, il patron di Luxottica che nel gruppo triestino ha investito oltre un miliardo di euro per una quota del 3 per cento che ora ne vale meno della metà.

Mica male come vigilia della resa dei conti. Lo show down è fissato per oggi pomeriggio con un consiglio di amministrazione che ha all’ordine del giorno la sostituzione del capo azienda. Il candidato alla poltrona si sta già riscaldando a bordo campo (e che oggi è stato nominato, ndr). Si chiama Mario Greco, viene dal vivaio dei consulenti McKinsey (come i banchieri Profumo e Passera) e ha fatto una brillante carriera che passando per la Ras lo ha portato al vertice della grande compagnia svizzera Zurigo. Prima della nomina, però, c’è da superare lo scoglio del voto in consiglio.

Nella sua lettera Perissinotto ha detto chiaro e tondo che lui ha nessuna intenzione di dimettersi. Tra i 15 componenti del board della compagnia ce ne sono almeno una dozzina che, se si andasse alla conta, sarebbero pronti a dar man forte a Mediobanca, storico primo azionista del gruppo assicurativo con una partecipazione del 13,2 per cento. Almeno 10 avrebbero sottoscritto il documento di convocazione della riunione straordinaria del cda. Tra i consiglieri più critici della gestione Perissinotto ci sono il vicepresidente Gaetano Caltagirone, che ha il 2,26 per cento della compagnia, e Lorenzo Pellicioli del gruppo De Agostini forte di un altro 2,4 per cento. Così come in questi giorni si è dato un gran da fare dietro le quinte anche un peso massimo come il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, che non riveste nessun ruolo formale nelle Generali, ma è il plenipotenziario della fondazione torinese Crt, azionista indiretta della compagnia. Resta sulle sue, invece, il solitamente battagliero, Diego Della Valle, molto legato, anche sul piano personale, all’amministratore delegato sotto accusa. E che ha annunciato le sue dimissione a partire da domani. 

Se i numeri sono questi, l’esito dello scontro sembra scontato. Perissinotto sarà costretto a fare le valigie, ma l’effetto destabilizzante di questa vicenda va ben oltre la cacciata di un manager. Torna sotto i riflettori, tanto per cominciare il ruolo di Mediobanca nella gestione di Generali. Nella sua lettera diffusa ieri, Perissinotto, non a caso, dice che la banca d’affari ritiene di avere “diritti speciali” nella gestione della compagnia triestina, che è uno degli snodi di potere fondamentali della finanza nazionale. In effetti, sin dai tempi di Enrico Cuccia, Mediobanca è abituata a comandare alle Generali. E ha sempre reagito con durezza contro chi ha tentato di insidiare questo potere. Per non andare troppo indietro nel tempo basta ricordare il ribaltone dell’aprile dell’anno scorso, quando il presidente Cesare Geronzi, insediatosi a Trieste solo 12 mesi prima, venne messo alla porta con un golpe organizzato dal numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, all’epoca appoggiato da Perissinotto.

Adesso siamo daccapo. E questa volta tocca all’amministratore delegato, che forse pensava di emanciparsi poco per volta dal rapporto con Mediobanca. Il manager, approdato dieci anni fa alla poltrona di numero uno dopo una lunga carriera interna, rivendica di aver sempre cercato di “perseguire una gestione indipendente”. Questa indipendenza, però, continua Perissinotto, “ha provocato un’irrazionale sospetto da parte del management di Mediobanca”. Da mesi la banca d’affari milanese sta giocando da protagonista anche la partita del salvataggio della Fonsai di Ligresti, anche questa decisiva per gli equilibri di potere. A Perissinotto, è lui a sostenerlo, sarebbero stati rinfacciati i legami con Roberto Meneguzzo, il finanziere veneto che insieme a Matteo Arpe è sceso in pista con un progetto su Fonsai alternativo a quello di Mediobanca. E qui, ancora una volta, torna in primo piano il vizio d’origine del nostro asfittico sistema. Mediobanca che comanda a Trieste vuole anche decidere il destino di quel che resta dell’impero dei Ligresti, secondo gruppo assicurativo nazionale dopo le Generali. Non per niente nelle settimane scorse è intervenuta l’Antitrust, chiedendo correzioni in corsa del piano di salvataggio Fonsai. Mediobanca però insiste. Deve difendere il miliardo e passa di crediti verso i Ligresti. E la quota del 13,2 in Generali vale da sola i due terzi dell’intero portafoglio partecipazioni della banca guidata da Nagel. E allora, se la posta in gioco è così alta, che volete che sia il sacrificio di un semplice manager?

Dal Fattoquotidiano del 2 giugno 2012

Modificato dalla redazione web ore 18.40