Agorafobia, claustrofobia, attacchi d’ansia. Paura, insomma. C’è tensione nei campi di accoglienza allestiti per ospitare gli sfollati che, in Emilia Romagna, hanno dovuto abbandonare le loro case a causa del terremoto del 20 maggio. La relativa tranquillità che negli scorsi giorni era stata faticosamente raggiunta grazie a una settimana di scosse di moderata intensità, infatti, è andata perduta il 29 maggio, solo 9 giorni dopo, quando la terra ha ripreso a tremare. Forte, con una potenza di 5.8 gradi della scala Richter. Così, le parole del commissario straordinario della croce rossa Francesco Rocca, che nei giorni scorsi aveva raggiunto Finale Emilia per fare il punto della situazione, sembrano ancor più appropriate per fronteggiare una situazione che è destinata a peggiorare.

Il terremoto di martedì, infatti, ha provocato una nuova ondata di sfollati, circa 6.000 persone in più che hanno bisogno di un posto dove dormire dopo aver perso la casa, o aver abbandonato un edificio reso inagibile dal sisma. “Ciò che sta emergendo – aveva osservato Rocca – e su cui concentreremo le nostre attività, è che il bisogno sociale è destinato ad aumentare, sia per la paura determinata dalle continue scosse, sia a causa della preoccupazione verso il futuro che i danni al tessuto economico presto accresceranno nella popolazione delle zone terremotate. Per questo abbiamo pensato di chiamare squadre di sostegno psicologico da altre regioni”.

Nei comuni terremotati, infatti, sono giunti psicologi da tutta Italia che hanno ben presto riscontrato situazioni di forte ansia nella popolazione evacuata. “Ciò che abbiamo osservato nei campi di accoglienza è una situazione in cui emergono problematiche di convivenza tra la popolazione, le forze dell’ordine e l’organizzazione del campo – racconta Gianluigi Carta, operatore del gruppo psicologi per i popoli della protezione civile del Trentino – il primo obiettivo per noi è cercare di far sentire la popolazione accolta”.

Un passo necessario affinché chi si trova a dover vivere in un luogo circoscritto, a stretto contatto con estranei e senza le comodità della propria abitazione possa recuperare un po’ di tranquillità. “Un fattore che non solo migliora la qualità della vita del singolo, ma che facilita la convivenza – spiega Carta – In secondo luogo, cerchiamo di compensare e contenere le paure delle persone ospitate nel campo, che con il ripetersi delle scosse sismiche si riattivano, è normale perché siamo abituati a sentire la terra ferma sotto di noi, e a considerare la casa come un luogo sicuro”. La casa, che in molti nel campo di San Felice, non possono tornare a occupare. Perché sono molti gli edifici inagibili qui, zona epicentrica dei continui terremoti che da dieci giorni fanno tremare la terra.

Un sistema che agevola anche la convivenza tra religioni ed etnie diverse. “All’inizio – racconta la protezione civile – non era facile comunicare con gli stranieri, cercavamo di fare loro capire che volevamo solo aiutarli ma le barriere linguistiche e i diversi usi rendevano questo passo difficile. Gli psicologi in questo ci hanno aiutato molto”.

“Noi cerchiamo di creare un clima che riconosca l’individualità così da evitare le tensioni fra persone che hanno abitudini diverse – ha aggiunto Gianluigi Carta – qui a San Felice ci sono circa otto gruppi diversi, tra cui ghanesi, nigeriani, indiani, marocchini e cittadini dello Sri Lanka quindi abbiamo nominato dei rappresentanti che raccolgano le richieste e le necessità dei loro conterranei e fungano da mediatori con l’organizzazione. È uno scambio biunivoco, e sta dando ottimi risultati”.

Per il momento nessuno degli sfollati ha mostrato sintomi da stress post traumatico, “ci vogliono due o tre mesi perché questo si verifichi, ma fortunatamente accade nella minoranza dei casi”. Maggiore assistenza, quindi, viene prestata ad anziani e bambini, che in alcuni campi, come a Mirandola, hanno dimostrato di soffrire questa situazione, difficile anche per gli adulti. “Alcuni bimbi hanno attacchi di pianto e nausea”.

Infine se da una parte risulta imprescindibile la presenza degli psicologi, dall’altra le farmacie inagibili hanno portato alla costruzione di piccole farmacie da campo nei campi d’accoglienza dove vengono venduti tachipirina, ansiolitici, antidolorifici e sonniferi.

Come aiutare le popolazioni colpite. Sono già attive diverse iniziative per poter dare un aiuto concreto ai terremotati dell’Emilia. Per un aiuto economico è attivo da ieri, e fino al 26 giugno, il numero 45500 per spedire un SMS solidale di 2 euro. Lo stesso numero è attivo anche da rete fissa. I fondi raccolti saranno girati alla Protezione civile.

La Regione Emilia-Romagna ha invece attivato una raccolta fondi rivolta a tutti coloro che vogliono versare un contributo per i costi del terremoto del 20 e 29 maggio. Per i privati si può effettuare un versamento sul c/c postale n. 367409 intestato a: Regione Emilia-Romagna – Presidente della Giunta Regionale – Viale Aldo Moro, 52 – 40127 Bologna; bonifico bancario alla Unicredit Banca Spa Agenzia Bologna Indipendenza – Bologna, intestato a Regione Emilia-Romagna, IBAN coordinate bancarie internazionali: IT – 42 – I – 02008 – 02450 – 000003010203; versamento diretto presso tutte le Agenzie Unicredit Banca Spa sul conto di Tesoreria 1 abbinato al codice filiale 3182.

Per quanto gli enti pubblici è previsto l’accreditamento sulla contabilità speciale n. 30864 presso la Banca d’Italia – Sezione Tesoreria di Bologna. In tutti i casi (privati ed Enti pubblici) il versamento dovrà essere accompagnato dalla causale: Contributo per il terremoto 2012 in Emilia-Romagna.

Per donazioni di beni materiali come cibo, acqua, coperte e vestiti può contattare le grandi organizzazioni di volontariato (Croce Rossa, Caritas, Associazioni nazionale degli alpini, ecc…) già attive sul territorio da nove giorni. Per chi invece volesse impegnarsi in prima persona nei soccorsi e nell’attività di volontariato meglio rivolgersi direttamente nelle località terremotate presentandosi alla protezione civile o alle associazioni di volontariato locali.

E’ la stessa protezione civile a raccomandare il massimo rispetto delle procedure per evitare caos e inutili sovrapposizioni di attività: “Le scosse di terremoto che hanno duramente colpito la popolazione nelle province di Ferrara, Modena, Reggio Emilia, Mantova e Rovigo hanno naturalmente determinato uno slancio di solidarietà da parte del Paese. Tuttavia è importante ribadire che, nelle ore immediatamente successive a un’emergenza, l’invio spontaneo di beni di prima necessità, così come l’istintiva disponibilità ad offrire il proprio impegno, rischiano, se non inseriti all’interno di un’organizzazione di volontariato di protezione civile già riconosciuta, che garantisca formazione, equipaggiamento e coordinamento delle attività, di ostacolare la macchina dei soccorsi e di assistenza”.

“Il numero verde 800 840840 del Dipartimento non è una linea destinata alla raccolta di aiuti materiali, né tantomeno di offerte in denaro”, si trova scritto nel comunicato della Protezione Civile, “è un servizio rivolto a cittadini, istituzioni, organizzazioni e imprese che desiderano avere informazioni o fare segnalazioni sulle attività di competenza del sistema di protezione civile nazionale, nell’ordinario ma anche in situazioni di crisi come, appunto, l’emergenza che sta interessando la pianura padana”.

di Antonella Beccaria e Annalisa Dall’Oca