Vanno fermate un paio di immagini, chiaro e scuro, per capire le convulsioni che debilitano il Vaticano: Papa Benedetto XVI che saluta i fedeli in piazza San Pietro senza l’assistente considerato di fiducia, la presunta talpa Paolo Gabriele; il maggiordomo, che racchiuso in preghiera (e tace, o almeno così sembra) con i gendarmi che lo sorvegliano; le indagini che il poliziotto Domenico Giani prosegue spuntando una lista di venti sospettati. E un’indiscrezione, non smentita, che circola con insistenza: l’attenzione si concentra verso un componente laico in servizio presso la segreteria di Stato. Un uomo o anche forse una donna che avrebbe un’altra occupazione fuori dalla Santa Sede. Non si esclude che ci siano presto nuovi fermi poiché gli interrogatori proseguono numerosi e costanti; nonostante il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, faccia intuire che l’inchiesta possa rallentare prima di arrivare a ulteriori risultati.

IL VATICANO fa sapere che Gabriele è accusato di furto aggravato, non di un attentato contro la sicurezza di uno Stato (né di ricettazione), e che l’istruttoria sommaria è terminata: il maggiordomo, però, non racconta, non ammette, anzi incontra i suoi avvocati – fra cui il romano Carlo Fusco, studio Pietro Sciumè – e aspetta i prossimi interrogatori. I suoi familiari avrebbero lasciato la palazzina interna al Vaticano, che confina con l’appartamento dei genitori di Emanuela Orlandi, la ragazza scomparsa nel 1983: unica consegna, il silenzio. I primi accertamenti, stavolta ufficializzati attraverso padre Lombardi, dicono che l’abitazione di Gabriele fosse piena di documenti riservati. Qualcuno s’azzarda a ipotizzare che il maggiordomo avesse apparecchiature per fotocopiare e conservare le lettere segrete indirizzate a Benedetto XVI, ma lievitano i dubbi, aumentano le voci che sostengono l’esatto contrario: le carte rilevanti le avrebbero ritrovate nell’automobile.

Ci sono convinzioni che si scontrano, e varie interpretazioni fra porporati e osservatori, ma un punto praticamente incontrovertibile: Gabriele è un uomo di carattere mite, quasi ingenuo, non capace di cospirare contro il Papa, neanche se spinto da un buon sentimento: non è la mente, semmai un braccio. Una cellula di una rete che cercava di veicolare i poteri e guidare il conflitto fra il cardinale Tarcisio Bertone e il resto di una Santa Sede in fibrillazione per successioni e ambizioni. La serie di prove che il Vaticano comunica con estrema certezza non aiutano a decifrare il momento: possibile che il maggiordomo fosse così sprovveduto tanto da custodire in una casa vaticana, in cui vive con la moglie e tre figli, quel materiale che non doveva avere? Soprattutto se l’avessero informato di strani rilevamenti già lunedì o mercoledì, comunque giorni prima di finire in una cella che il Vaticano chiama in vari modo. Il romano Gabriele ha ricevuto l’eredità di Angelo Gugel, il leggendario aiutante di camera di Giovanni Paolo II, per avere convinto sia il Papa polacco e sia la famiglia pontificia, impermeabile a intromissioni e traditori perché selezionati con severità. Gabriele non è un giovane maggiordomo, va oltre i sei anni di trascorsi accanto a Benedetto XVI: l’aveva segnalato l’arcivescovo James Michael Harvey, il prefetto americano che dirige la Casa Pontificia, consacrato vescovo dal cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato, e dunque predecessore di Bertone. Quello che va trovato in Paolo Gabriele è il movente: un passo che supera la fase iniziale condotta dal magistrato Piero Antonio Bonnet, tre anni fa nominato giudice dal Papa. Per correggere chi annunciava trent’anni di pena massima per Gabriele, padre Lombardi fa percepire che la posizione del maggiordomo va ancora attentamente analizzata perché il repulisti vaticano coinvolge un gruppo ampio di persone: “Ora il Giudice dovrà decidere per il proscioglimento o per il rinvio a giudizio”. E Gabriele non parla, finito al centro di un obiettivo enorme. Che sempre il portavoce vaticano definisce con un’espressione durissima: “La lotta contro il male è sempre attuale”.

LA PRIMA uscita pubblica di Papa Benedetto XVI, che accoglie il movimento “Rinnovamento per lo Spirito” in piazza San Pietro, è stata una risposta colta, quelle che il teologo diventato Papa predilige. Cita una promessa di Gesù contenuta nel Vangelo, una dimostrazione di resistenza per la Chiesa che combatte una lotta interna: “Il vento scuote la casa di Dio. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”. Oggi, del resto, durante la messa per la Pentecose, il Papa è tornato sull’argomento, e in modo piuttosto esplicito. Viviamo – ha detto – una “nuova Babele” e assistiamo a “fatti quotidiani in cui sembra che gli uomini stiano diventano più aggressivi e scontrosi, comprendersi sembra troppo impegnativo, e si preferisce restare in sé. La Pentecoste – ha ricordato – è la festa dell’unione, comprensione e comunione umana” e lo è anche nel nostro mondo in cui le persone sono più vicine ma “la comprensione e la comunione è spesso superficiale e difficoltosa”.

Le memorie vaticane ricordano che il primo furto nelle stanze del Papa avvenne durante l’estate del 1968, mentre Paolo VI era in vacanza a Castelgandolfo. Quel che l’aneddoto storico non può spiegare è che, stavolta, la presunta mano è quella che vestiva il pontefice. Ha un valore simbolico, per chi s’oppone al cardinale Bertone e al pontificato di Ratzinger, vuol dire che il Papa tedesco è vulnerabile. Questo è un segnale che i suoi nemici possono vantare.

da Il Fatto Quotidiano del 27 maggio 2012, aggiornato da redazione web alle 11:04