A Reggio Emilia c’è chi li ha battezzati “i funghi indigesti”. Anche se non parliamo di un cibo poco commestibile, bensì dei lunghi pali in acciaio di Italo Rota: architetto dalle parcelle d’oro al quale la giunta ha affidato la riqualificazione dei Musei civici. L’opera di ristrutturazione, che è già costata 170 mila euro di spese di progettazione, comprende infatti, tra le altre cose, la realizzazione di gigantesche strutture in acciaio specchiato, dalla forma simile appunto a quella dei funghi. Il tutto per un’operazione da più di 4 milioni di euro, che ha dato il via a uno scontro aperto tra intellettuali e amministrazione comunale. “Così avremo un luna park” accusa il Comitato per la bellezza, promotore di una raccolta firme che ha già raccolto decine di adesioni dall’universo culturale emiliano e non, come quelle di Alberto Asor Rosa, Pier Luigi Cervellati, Salvatore Settis, e Cesare de Seta.

Della ristrutturazione dei Musei civici di Reggio Emilia, che hanno sede al Palazzo S.Francesco, si parla da più di dieci anni. Un primo cantiere infatti viene avviato nel 2002, ma poi sospeso dopo qualche anno per un contenzioso con l’azienda. Nel 2007 il compito viene affidato allo Studio Rota, che ha la meglio sugli studi di Garofalo Miura, di Pietro Carlo Pellegrini e di Cherubino Gambardella, guadagnandosi un incarico da 230 mila euro (per il concept, la direzione artistica e gli allestimenti), di cui 170 mila già liquidati. Una volta ottenuti i pareri favorevoli della sovrintendenza, il piano di riqualificazione viene reso pubblico, trasformando il dibattito in una polemica furibonda che supera i confini della provincia emiliana.

A difesa del progetto  si schierano l’assessore alla Cultura e all’Università, Giovanni Catellani, e quello ai Progetti Speciali, Mimmo Spadoni: “Renderà i musei più attrattivi e avvicinabili da tutti i cittadini” promettono.  Dall’altra invece si posiziona il comitato che punta il dito contro l’amministrazione, rea di appoggiare un piano “rifiutato dalla maggior parte dei cittadini”. Il suo appello ottiene in pochi mesi quasi 600 firme, e una lettera aperta indirizzata al sindaco Graziano Delrio e firmata da nomi eccellenti del mondo dell’arte e della cultura, come Fred Licht, la direttrice del Museo nazionale romano Rita Paris, Vittorio Emiliani e Desideria Pasolini.

Il gruppo non contesta la ristrutturazione dell’edificio, ma le idee messe in cantiere da Rota. E chiede l’apertura di un tavolo di confronto con l’amministrazione comunale. Nel mirino, oltre ai funghi in acciaio, ci sono anche altri ambizioni del progettista. “Sui Musei civici – scrivono nell’appello – incombe un progetto di ristrutturazione che dovrebbe trasformarli in una sorta di museo-spettacolo: all’ingresso funghi in acciaio dal costo di 660 mila euro, e poi ambienti trasformati in caverne primordiali, acquari con gambe umane che nuotano, vetrine con reperti neolitici a fianco di manichini dalle sembianze umane con testa della pecora Dolly”.

Una battaglia che ormai si trascina da settimane, e in cui nessuno sembra intenzionato a risparmiare colpi. Nemmeno gli assessori: “C’è da chiedersi come intellettuali di rilievo e lunga esperienza abbiano potuto aderire a un documento contenente tante ed evidenti falsità – scrivono in una nota gli assessori Catellani e Spadoni -. Il progetto non costa 8,3 milioni di euro, come sostenuto dal Comitato ma circa 4,3 (di cui circa 1,4 milioni di euro versati da un privato, ndr) e l’intervento non tocca le collezioni di Lazzaro Spallanzani e Gaetano Chierici”.

Più aperto al dialogo è sembrato il sindaco Delrio, che in una lettera ha cercato di rassicurare il gruppo di intellettuali ribelli. “Sono contento che un gruppo di cittadini reggiani senta il bisogno di intervenire sul progetto di riqualificazione dei Musei civici. Interpreto questa iniziativa come un atto di amore verso la nostra città. I tempi ora sembrano maturi per riprendere il confronto. Che però deve essere produttivo, e deve abbandonare logiche di pura conservazione o di innovazione fine a se stessa”.

Italo Rota, classe ’53, non è nuovo ad incursioni nell’arena politica. Tanto che nella conquista leghista di Milano, con l’allora sindaco Marco Formentini (1993-1997), diventa assessore alla qualità urbana. Carica di prestigio, non fosse che nel maggio del ’96 di fronte alla presentazione del bozzetto sulla mascotte che avrebbe dovuto rappresentare e rilanciare “l’identità milanese”, Rota toglie il velo e appare il “Grillo Mediolanum”: una scultura di Luigi Ontani che tiene in una mano una copia dei Promessi Sposi e nell’altra l’uovo che rimanda alla ‘Pala di San Bernardino’, mentre il busto è rivestito con un motivo che riproduce l’interno del teatro La Scala e sulla testa svetta un panettone con sopra una copia della ‘Merda d’artista’ di Piero Manzoni.

Le reazioni sono univoche, in negativo, a partire dalla maggioranza leghista: “obbrobrio”, “che schifo”,  “non c’entra con Milano”; a cui si aggiunge direttamente Formentini: “E’ uno sgorbio che non può aspirare a rappresentare la nostra città . E lontano anni luce dalla mia concezione culturale”. La delibera viene sospesa, l’assessore si dimette e la riqualificazione artistica della città è stroncata sul nascere.

Rota non è comunque tipo da arrendersi, sempre che l’esperienza da assessore gli fosse realmente interessata. Tanto che la sua attività dopo il flop meneghino quasi si moltiplica. Se negli anni ottanta e novanta il suo lavoro si era concentrato su Parigi, nella ricomposizione degli spazi del Musee d’Orsay e di alcune parti del Louvre, negli anni duemila l’architetto si concentra sull’Italia e si apre alla fusione tra creazione di oggetti d’arte e lo spazio urbano e naturale circostante, sfociando in peculiari linee di design.

E proprio perché l’urbanizzazione postmoderna, soprattutto nelle grandi città europee con un substrato medioevale, rinascimentale o finanche sette-ottocentesco non ha più confini estetici, ecco che il richiamo ad un’altra opera urbana controversa come le altrettanto contestate Gocce di Mario Cucinella, parte superiore dell’Info Center voluto dal sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca in pieno centro medievale, risuona sinistro premonitore di una estetizzante rivolta popolare come Reggio Emilia sta rivivendo oggi. Senza dimenticare che oggi le Gocce di Cucinella riposano nel magazzino comunale bolognese di via dell’Industria.

di Giulia Zaccariello e Davide Turrini