Se tutto fosse andato come doveva andare, oggi Maurizio Cevenini sarebbe sindaco di Bologna. Invece il destino è girato il 25 ottobre 2010 quando fu costretto ad annunciare il proprio ritiro per motivi di salute dalle primarie di Bologna, per le quali era superfavorito.

“Rinuncio al sogno di una vita”, aveva detto allora abbandonando la corsa per guidare la città che amava da sempre. Un amore ricambiato, non solo sotto forma di preferenze record, ma anche di affetto quotidiano, quello delle persone comuni che lo fermavano continuamente in ogni occasione pubblica, scatenando nei colleghi della politica ironia e sarcasmo ma anche invidia per quella popolarità senza limiti. Da quel giorno il suo sguardo si era spento, insieme a quel che Cevenini, maestro di gentilezza, dedicava a tutti.

Il Cev si era già candidato due volte alle primarie del centrosinistra, ma sempre da comprimario. La prima, quasi in via sperimentale, nel 1999 contro Silvia Bartolini (che fu poi sconfitta da Guazzaloca), la seconda nel 2009 contro Flavio Delbono. Entrambe, spiegava, furono scelte di servizio verso il partito. La grande occasione arrivò due anni fa, dopo che le dimissioni dello stesso Delbono avevano lasciato il Pd senza punti di riferimento. E nonostante un video ‘rubatò nel quale il segretario cittadino Raffaele Donini spiegava a Bersani le “perplessità” di Unipol sulla sua figura, la strada per Cevenini sembrava spianata e l’annuncio della candidatura arrivò da piazza Maggiore il 9 ottobre 2010: “La mia corsa parte qui. Non da un luogo qualsiasi, ma da uno dei simboli della mia città”.

Quella corsa si interruppe il 18 ottobre quando fu colpito di prima mattina da un attacco di ischemia transitoria. Rimase ricoverato a Villalba, la clinica privata sui colli bolognesi dove aveva iniziato la sua carriera lavorando come centralinista, per nove giorni. La sua candidatura fu in bilico per quasi una settimana e anche il segretario Pier Luigi Bersani chiese rispetto per le decisioni del Cev. Gettò la spugna dopo giorni di tormenti e indecisioni e per lui fu quasi una liberazione: se la persona viveva per quel sogno, il fisico però gli stava dicendo che non poteva sopportarne il peso. Andò a curarsi e a riprendersi in montagna, poi riapparve come capolista in Comune del Pd. Fu un plebiscito: “Ho preso più voti di Berlusconi a Milano”, ricordava orgoglioso. Nella lettera in cui aveva annunciato il proprio ritiro aveva scritto: “Vorrei concludere, nella speranza che questo mio autunno passi in fretta, con una frase di rito: il Cev, anche se un po’ provato, continua ad esserci”. Purtroppo non è andata così.