La legge della giungla di Enrico Brizzi è quella che mette in scena le battaglie dei cowboy contro i samurai, quella dove entrambi vanno alla carica urlando a squarciagola gli slogan dell’autonomia bolognese di 30 anni fa. O ancora quella in cui le regole sono solo due: avere voglia di giocare e rispettare la legge del branco. La legge della giungla è quella della Bologna fine anni settanta vista da un bambino, un cinno come si dice sotto le Due Torri, che per la prima volta va alla scoperta dell’altrove e lascia la casa dei genitori e dei parenti per entrare nei lupetti degli scout.

“La legge della giungla” è l’ultima opera dello scrittore bolognese che questa volta sceglie di ritornare alla sua infanzia, e di raccontare attraverso un romanzo il suo passaggio da cinno piccolo a cinno grande: da bambino che non può lasciare la casa “ed è costretto a stare con le femmine, soprattutto la nonna”, a un ragazzo (o quasi), che affronta per la prima volta il mondo, l’altrove e lo sconosciuto. Un romanzo che Enrico Brizzi ha presentato ai suoi lettori a pochi metri dalle Due Torri, alla Feltrinelli di piazza Ravegnana, e che è la naturale chiusura di quel trittico aperto con “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”, e continuato con “La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio”.

Centro del racconto l’entrata negli scout, prima vera esperienza iniziatica al di là delle bande di cortile dove “La mano nera” si contrapponeva agli “Indomabili”, gruppo di cinque bambini formato da cinque capi. “Il quinto capo ero ovviamente io”, spiega Brizzi. Prima c’era il generale Olmo, poi Jimmy Stella, Falcon, Gringo e alla fine piccolo Enrico, Enrichez per i compagnetti di giochi. Un romanzo, quello di Brizzi, che racconta i primi passi del bambino Enrico verso il mondo urbano degli anni ottanta e le scuole medie, quando nei cinema di tutta Italia si proiettava “Wargames – Giochi di guerra” e l’eventualità di un conflitto termonucleare globale non era così peregrina.

Un mondo che un bambino poteva percepire ancora spaccato in due dalla cortina di ferro e da una divisione quasi antropologica che tagliava in due tutta l’Emilia: da una parte quelli che avevano l’abbonamento all‘Unità, dall’altra quelli che in casa si facevano recapitare Famiglia Cristiana. “Non che un bambino potesse capirci davvero qualcosa, ma intanto noi quando giocavamo urlavamo gli slogan degli autonomi che avevamo magari sentito alla radio”.

Alla divisione della popolazione emiliana tra Don Camillo e Peppone, Bologna non faceva di certo eccezione, così come la famiglia del bambino Enrico. Da una parte la nonna, tutta impegnata nel trasmettergli la fede in Dio, dall’altra gli zii comunisti che in chiesa non ci mettevano nemmeno mai piede. Nel mezzo Enrico e gli amici che progettavano di rapire (ma loro dicevano “rubare”) i cinni delle bande avversarie. Per poi ovviamente torturarli: “Gli taglieremo le orecchie!”.

 

“Comunque degli anni divertenti”, come li definisce Brizzi che sceglie di raccontarli in maniera spensierata narrando in prima persona una storia che parte con l’Enrico di 4 anni e il suo primo matrimonio con “Sissi la piagnona, che sfoggiava il consueto grembiulino arancio istoriato di moccio”.  Un’infanzia che adesso Brizzi vede riflessa in sua figlia, anche lei appena entrata nei lupetti. Che differenza c’è la giungla bolognese di 30 anni e quella di oggi? “A otto anni inizi a capire che la legge della giungla vale per tutti, e che la giunga è una sola così come una sola è la società: c’è chi interpreta questa legge da lupo e chi da scimmia, gli animali simbolo del racconto che viene fatto ai giovani lupetti appena entrati negli scout. E tu sei chiamato a imparare a muoverti tanto tra i buoni tanto tra i cattivi. Quello che non cambia mai è la fascinazione che si prova a entrare in un mondo, quello degli scout, in cui si parla in codice, in cui gli adulti hanno nomi di personaggi animaleschi e dove tutto è all’insegna del gioco. Questo stupore e questa meraviglia restano intatti, così come la voglia dei cinni di esplorare l’ignoto”.