“Produced by Oderso” era la firma che compariva sul retro copertina di numerosi dischi, durante gli anni Ottanta.  La storia di quegli  anni adesso, ce la racconta proprio lui, Oderso Rubini.

“C’era un clima irripetibile in quegli anni a Bologna.  Forse era per via del Dams, che ha dato a tutti l’idea di una libertà creativa così forte che tutta la città ne venne contagiata…».

Se la spiega così, Rubini, quella stagione strepitosa della musica (e non solo) in città. Deus ex machina e produttore dell’Harpo’s Bazaar e dell’Italian Records, le due label dov’è nato il rock bolognese/italiano, Oderso è uno di quelli che sono rimasti fregati da un moog degli Emerson Lake and Palmer allo stadio di Bologna. «Mi ha fregato sì, da quel momento ho iniziato a guardarmi attorno nell’ambito musicale e su una vecchia rivista dell’epoca (Ciao 2001) scoprii che a Bologna, presso il conservatorio, si teneva un corso che avrebbe potuto interessarmi… »

Lì incontri Capelli…

«Esatto, Carlo Cialdo Capelli che all’epoca era uno dei musicisti di Lucio Dalla. Carlo all’epoca viveva con altri ragazzi del DAMS, studenti di ogni disciplina molti dei quali allievi di Gianni  Celati e conosceva anche Freak Antoni ed altri che poi avrebbero detto la loro nell’ambito culturale in città. E dopo il grande convegno sulla repressione del ’77 decidemmo di metter in piedi una cooperativa/studio di registrazione che lavorava attorno l’audio/video (Harpo’s Bazar)».

Allora era quasi una faticaccia uscire da quella logica, oggi…

«Oggi è diverso, la faccenda si è ribaltata.  Per noi non fu un male».

Inizia l’avventura della produzione…

«Avevo voglia di produrre alcuni di questi gruppi che suonavano in città e così inizio a chiamare i Windopen, i Gaznevada, i Confusional  Quartet etc… A quel punto il problema era come diffondere questa gente…»

Le radio private

«Furono decisive, inutile dire quale importanza rivestissero all’epoca le radio private in città e così io iniziai a produrre le audiocassette (circa 500 copie per ogni gruppo) sperando di venderle certo, ma soprattutto per far conoscere i miei ragazzi. La prima fu Inascoltable degli Skiantos».

Ma la vera svolta, fu “Il concerto” (Bologna Rock), quello al palasport…

«Sì, cercavamo un evento che ci consentisse di presentare, far suonare, quanti più gruppi possibile e chiedemmo al comune il palasport di Piazza Azzarita. Nella nostra migliore ipotesi avremmo dovuto essere in duemila, fummo tre volte tanto».

Quel concerto, prima ancora di diventare una specie di simbolo di quegli anni, divenne una specie di piccolo ufficio collocamento…

«C’erano alcuni “milanesi” dell’ambito musicale quella sera, e credo che si segnarono sul taccuino alcuni nomi. Uno su tutti gli Skiantos che finirono dritti alla Cramps».

Da Milano anche tu hai ricevuto visite…

«Venne a Bologna, nella nostra piccola sede in via San Felice,  Mara Maionchi (allora alla Ricordi) che ci offrì un accordo di distribuzione e staccò un assegna da quindici milioni di anticipo sulle royalties. Era l’ultimo passo, si partiva».

Che ne hai fatto di tutti quei soldi?

«Una pazzia che mi ha reso possibile farne tante altre; li ho investiti in marketing e comunicazione per promuovere i nostri prodotti. Fu la scelta migliore di sempre. I gruppi iniziarono ad andare a suonare fuori Bologna, ma non solo, da  fuori Bologna iniziavano ad arrivare gruppi che volevano suonare per noi».

Un paio di nomi?

«I Great complotto di Pordenone, geniali, e i Neon da Firenze.  Mentre dall’estero avevamo gente come Tuxedomoon e Lounge lizard, molto più affermati che ci consentivano di far un po’ più di cassa».

Poi che è successo?

«Succede che il transito dei gusti musicali, dal punk alla new wave per approdare alla disco scompagina un po’ i giochi,  termina il contratto di distribuzione con la Ricordi e passiamo alla Emi che però, di sicuri, voleva solo i Gaznevada che, per inciso, per me erano i numeri uno».

Fra l’altro tre tuoi lavori,  i Gaznevada  con Sick soundtrack , assieme ai Gang (Le radici e le ali)  e agli Skiantos  (Kinotto) compaiono nella classifica dei cento dischi italiani di sempre, recentemente stilata da Rolling Stone.

«Sì, diciamo due e mezzo dai, perché il disco degli Skiantos  l’ho solo coprodotto…»

Veniamo ad oggi, è uscito finalmente il volume  Largo all’avanguardia (Sonicrocket) , il cui contenuto è da te perfettamente spiegato nella presentazione “Tutto quello che c’è da sapere sul rock bolognese, su oltre cinquant’anni di  artisti, dischi, etichette, clubs, centri sociali, radio e varia umanità impegnata a fare e ad ascoltare musica all’ombra delle due torri…”. Com’è nata la scintilla che ti ha spinto ad intraprendere questo viaggio a ritroso nel suono dei nostri portici?

«Nasce da un piccolo sobbalzo. Tempo fa ho sentito pronunciare la seguente frase “La musica a Bologna è morta”. Non ero affatto d’accordo, e inoltre ho pensato che se addirittura anche gli addetti ai lavori hanno un’idea così inesatta della situazione musicale in città,  era necessario raccontare la storia di una realtà artistica che forse non ha fatto grandi numeri o fatturati vorticosi, ma è ancor oggi un caso unico di fantasia, innovatività e ricerca di suoni.  Per fare tutto questo ho pensato fosse il caso di partire dall’inizio. Da dove tutto era cominciato».

Fra l’altro ci sono svariati progetti a latere del volume…

«Sì, mi piacerebbe, in estate o in autunno,  creare una festa/concerto (dislocato in più luoghi)  nel quale i gruppi emergenti di questa città potessero esibirsi, vorrei poi dare la possibilità ad una cinquantina di gruppi emergenti di fare il loro primo singolo e poterlo far girare per bene.  E infine, sogno un cofanetto  con cinque vinili “chiave” di quell’epoca di cui parlavamo, una sorta di fotografia definitiva».

Da produttore di successo, che consiglio daresti  a chi si occupa di musica in città, per valorizzare il talento?

«Prima cosa, metter a disposizione degli spazi dove far suonare live i gruppi.  Suonare davanti ad un pubblico è la dimensione dalla quale impari anche a scrivere le canzoni, a capire come interagire in modo virtuoso con chi ascolta.  Seconda cosa ridimensionare la smania di “grandi eventi” e riascoltare il piccolo humus che in realtà è la linfa vitale di un movimento».

Stiamo parlando di Radiohead?

«Senza polemiche, non sono affatto contrario a far suonare in piazza Maggiore i Radiohead,  mi fa sorridere però  se ci si propone di portarli a Bologna per  “Far dimenticare il concerto dei Clash”. Trovio sia quantomeno un’impostazione curiosa. Non stabilisco che un concerto entri nella storia prima ancora che sia avvenuto, non è un bel segno. E poi i Clash erano una scelta di tipo politico/culturale, i Radiohead sono un’altra faccenda.  Mi sembra che il tempo e l’impegno che stiamo dedicando a quella serata siano un po’ esagerati».

Cambiando per un attimo discorso, cosa ha perso la città con la morte del tuo amico Lucio Dalla?

«In una parola? Un fuoriclasse che non se la tirava e amava questa città.  Basta?»

E della polemica circa il suo mancato coming out che ne pensi?

«Roba assurda. Lucio ha sempre vissuto alla luce del sole la sua vita, sotto tutti gli aspetti. Cosa avrebbe dovuto fare di più che essere sincero e naturale, dirlo al telegiornale? Lasciamo perdere dai, che è meglio…»

Cosa speri per il futuro della città?

«Spero qualcosa per la musica. Mi piacerebbe ovviamente che si creasse un po’ più di attenzione attorno a quello che di musicale succede in questa città, ma in un modo particolare;  servirebbe qualcosa che ci aiutasse prima d’individuare i talenti, e poi a perderli. Per perderli intendo dar loro la possibilità di far le valigie e partire per farsi conoscere altrove e allargare i loro confini. Dobbiamo addestrare la gente a viaggiare grazie al proprio lavoro, ma purtroppo continuiamo a pensare che Bologna sia il centro della Terra.  Non è così».

di Cristiano Governa