Tanti aspiranti, ma nessun erede. Né l’ex anziano Romano Prodi né l’ex giovane Enrico Letta. E figuriamoci Pierferdinando Casini e compagnia cantanti di un centro terzo polo, che non gli sarebbe piaciuto per nulla. Sono cinque anni che Nino Andreatta è morto, dopo oltre sette di coma vegetativo in un letto dell’ospedale Sant’Orsola. Unica concessione, ancorché molto importante e privilegiata, al suo ruolo: il ricovero in una struttura pubblica e non in casa. E chissà se lui l’avrebbe voluto. Cattolico trentino, ma non certo da Controriforma. Senza scorta, auto blu, privilegi, solo una passione per il cappello degli alpini. L’Italia lo ha perso da tempo e l’Italia migliore continua a rimpiangerlo. Anche quella che non lo amava e non ama e non lo amerebbe. Bologna sicuramente gli deve molto, ma ogni tanto – come accaduto nel silenzio assordante di oggi – se ne dimentica.

Marco Travaglio lo ricordò cinque anni fa citando Indro Montanelli che parlava di De Gasperi. “Quando andava in chiesa con Andreotti, De Gasperi parlava con Dio, Andreotti  col prete”. Lo stesso si potrebbe dire di Beniamino Andreatta, spirato dopo sonno di 2599 giorni: anche lui cattolico e democristianissimo, preferiva i laici risorgimentali come Paolo Sylos Labini a certi cattoclericali. E sapeva diventare quasi anticlericale quando il Vaticano invocava indecenti immunità per i traffici dello Ior di Marcinkus e mercanteggiava indulgenze per i vari Gelli, Calvi e Sindona.

Travaglio paragonava Andreatta a un altro democristiano che scomparso da qualche mese, Oscar Luigi Scalfaro. Il senso dello Stato, il rigore, la questione morale, l’etica della responsabilità, la laicità contro tutti i loro nemici: il familismo amorale e il clericalismo assistenziale di una certa Dc (“ciascuno attinge alla sapienza e cerca di tradurla in azione, senza la sacrilega convinzione di coinvolgere Dio nelle sue scelte”), la voglia di egemonia del comunismo, la volgare protervia del craxismo (“nazional-socialismo”) con i suoi epigoni più pittoreschi (quel Rino Formica meravigliosamente ribattezzato “commercialista di Bari”), naturalmente il berlusconismo (“deriva plebiscitaria e bonapartista”, “paccottiglia”, “parodia di destra gaglioffa” verso cui “ho una pregiudiziale morale”)».
“È troppo pretendere – era la conclusione di Travaglio – che qualcuno, nel nostro Paese che di partiti democristiani ne ha una dozzina, senza contare le orde di ateoclericaldivorziati in coda per il Family Day con amante al seguito, parli e faccia come Aznar, la Merkel, Andreatta, Scalfaro? Cos’abbiamo fatto di male per chiedere, nel 2007, di poter morire almeno democristiani?”.

Sono passati cinque anni, che altro dire? C’è sicuramente un’Italia che dalla lezione di Andreatta dovrebbe attingere, molto, moltissimo. Se n’è andato nella maniera peggiore, dopo anni trascorsi in uno stato vegetativo, lui che, come dice Stefano Bonaga, “aveva un cervello così”, rimasto per anni senza che il cervello rispondesse ai comandi.

Ogni tanto qualcuno se ne ricorda di lui. Lo fa sempre più spesso il presidente della Repubblica Napolitano, lo faceva Romano Prodi. Ma forse non è mai troppo.

Al funerale di Andreatta, Pier Ferdinado Casini commentò. “Io l’ho fatto arrabbiare tanto che mi sentivo in dovere di essere oggi qui con lui”. Venticinque anni prima era stato il primo ad attaccare Andreatta che aveva definito i socialisti di Craxi nazionalsocialisti.

Andreatta era un dc tutto suo, odiato dalla destra, ma anche lontano dal giacobinismo dossettiano. A differenza di Prodi, a cui consigliò di non andarsene in Europa, ma di continuare la battaglia in Italia, non ha fatto in tempo a deludersi del centrosinistra. In realtà era già deluso nel 1999. Lui che è stato il più bravo oppositore al Pci che governava Bologna e che come capogruppo dc in consiglio comunale, sognava di dare una “nuova cultura” alla città che si addormentava. E Bologna dei palazzi della politica ovviamente oggi di lui si è dimenticata.

Forse non le azzeccava tutte – e chi potrebbe – sicuramente le inchieste della magistratura non lo hanno mai sfiorato. Nonostante vivesse e fosse cresciuto in quella Democrazia cristiana che Tangentopoli disgregò. Fu la risposta possibile e più fiera a quel “così fan tutti” di Craxi, perché Andreatta no, non lo faceva.