I servizi segreti turchi avrebbero scoperto che il regime siriano sta aiutando il Partito dei lavoratori curdi, il Pkk, un tempo guidato da Abdullah Ochalan, a rinforzare la guerriglia contro Ankara, in cambio del suo supporto contro gli insorti. Fonti turche hanno rivelato al quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, che la cooperazione tra gli uomini del presidente Bashar Al Assad e i millitanti del Pkk potrebbe indurre la Turchia ad attaccare Damasco dopo la riunione del gruppo “amici della Siria” (la prima si è tenuta in Tunisia 3 settimane fa alla presenza del segretario di Stato americano Hillary Clinton) che si è dato appuntamento a Istanbul il 1 aprile.

La questione curda potrebbe dunque trascinare la Turchia in una guerra con la Siria? I media turchi hanno dato molto rilievo alla dichiarazione del leader de facto del Pkk, Murat Karayilan: “Se la Turchia intervenisse contro il nostro popolo in Kurdistan occidentale (che corrisponde a un’ampia zona del nord- est della Siria), l’area si trasformerà in una zona di guerra”.
Il Kurdistan occidentale è abitato da oltre due milioni di cittadini curdi che sono sempre stati trattati dal regime degli Assad come paria, soprattutto perché di intralcio nelle relazioni con la potente Turchia, in buoni rapporti con Damasco dal 2000 fino agli inizi delle rivolte popolari, un anno fa. Prova provata della ritrovata intesa tra i due Paesi confinanti, fu la mediazione che la Turchia tenne nel 2008 tra Siria e Israele per la restituzione delle alture del Golan. Il negoziato però si impantanò, fallì e a poco a poco le relazioni tra Ankara e Damasco si raffreddarono anche a causa del legame indissolubile e privilegiato tra la Siria e l’Iran, grande sponsor del regime alawita-sciita siriano. La rottura definitiva tra il gigante della mezza luna e la Siria è avvenuta quando il ministro degli esteri turco Davitoglou si vide sbattere la porta in faccia da Assad lo scorso anno, dopo essere andato a più riprese nel Paese per promuovere il dialogo tra regime e insorti.

La Turchia ora accusa Damasco per avere escogitato di usare il Pkk come una fazione armata amica, permettendo ai membri dell’organizzazione curda di muoversi armati e senza vincoli, ovunque sul suo territorio, in modo tale da poter organizzare incursioni oltreconfine bollate da Ankara come atti terroristici. Se la Turchia dovesse stabilire, per varie ragioni, che le attività dei membri del Pkk minacciano la sua sicurezza nazionale, potrebbe invadere la Siria con la giustificazione di voler prevenire il terrorismo, piuttosto che aiutare i ribelli contro la repressione di Assad.

Tale decisione potrebbe segnare il giro di boa, quello che gli insorti aspettano da tempo, cioè un intervento militare straniero.

I due paesi si trovarono già sull’orlo di una crisi militare nel 1998, quando le forze armate turche minacciarono di invadere la Siria, dispiegando decine di carri armati sul confine. Alla luce di questa minaccia, l’allora presidente siriano Hafez Assad (padre di Bashar) decise di troncare i rapporti con il Pkk e bloccò qualsiasi forma di sostegno: soldi, armi e informazioni del potente mukabarrat, il ramificato servizio segreto siriano.
Fin dall’inizio delle rivolte, un anno fa, la Turchia ha creato zone di protezione per i rifugiati siriani lungo il confine con il paese arabo, anche se finora si è astenuta dal farlo dentro il territorio siriano. Ma nelle ultime settimane la Turchia – interessata a imporsi come potenza egemone dell’area, approfittando dell’indebolimento dell’Egitto – potrebbe utilizzare il pretesto della minaccia alla sua sicurezza nazionale, per agire autonomamente. E la libertà di movimento nelle zone a ridosso della Turchia concessa agli uomini del Pkk sta fornendo un’ulteriore motivazione alle forze armate per oltrepassare il confine.

Operazione che non sarebbe stata possibile se il Pkk non avesse approfittato del caos siriano per riprendere la lotta contro Ankara: nelle ultime settimane il livello dello scontro si è impennato e attualmente sono in corso pesanti combattimenti nel Kurdistan turco.
Durante la fase iniziale della rivolta siriana, la zona curda era rimasta neutrale, perché Bashar Assad aveva da poco concesso la cittadinanza a migliaia di curdi siriani, riconoscimento atteso da decenni. Negli ultimi mesi però le cose sono cambiate perché i curdi sono stati esclusi dal Consiglio nazionale siriano, l’ organismo che coagula le forze di opposizione ad Assad e opera fuori dal Paese, da Parigi e Istanbul, dove è stato costituito il suo quartier generale. Nonostante il riconoscimento della cittadinanza e la libertà di movimento, i curdi hanno creato zone di protezione per aiutare gli insorti. Forse perché sperano di ottenere benefici quando Assad capitolerà.

Il fatto che i curdi siriani siano dunque nuovamente su posizioni anti-regime non trattiene la Turchia dal considerare i curdi siriani e Assad complici. Ciò però fa emergere la vera natura delle intenzioni turche: l’invasione della Siria, se mai dovesse avvenire, sarà per assestare un colpo al cuore del movimento curdo siriano, collegato al resto del movimento curdo turco, iraniano e iracheno, attraverso il Pkk. Un fendente possibilmente mortale, nascosto dietro l’uniforme dei liberatori del popolo siriano dalla spietata tirannia di Assad. Del resto con la scusa che i ribelli curdi vengono aiutati dall’Unione democratica, un’organizzazione curda-siriana affiliata al Pkk, la Turchia aveva barattato la costituzione del quartier generale del Consiglio Nazionale siriano nella sua capitale, con l’emarginazione dei curdi siriani dallo stesso Consiglio. Un segnale che non fa ben sperare sulla tenuta del puzzle etnico e confessionale siriano, quando, e se, Assad dovesse essere spodestato. Ma la Turchia vuole davvero una Siria irachenizzata alle sue porte? O la vogliono piuttosto gli altri membri della Nato e le potenze del Golfo – Arabia Saudita e Qatar in testa- in funzione anti russa e iraniana?