Il cantautore Paolo Benvegnù

Trieste, Club Tetris. Tappa dell’Odontoevskij Tour in duo. Paolo Benvegnù e il fenomeno Guglielmo Gagliano. C’è molto Hermann. Poi La Schiena, Cerchi nell’acqua, Il sentimento delle cose. Tanta roba. In mezzo, Odontoevskij, appunto. Cazzeggio onirico da Rihanna a Lady Gaga, da Pelù a Renzulli. Gatti col calzettone e la voce di Paperino: ’’una stronzata per alleggerire il tutto’’, minimizza l’artista del divertissement.

Sei sempre allegro. Ridi, scherzi, sembri felice. Come fai?

Partiamo da questo assioma: per me è tutto un miracolo. Il fatto stesso di respirare, di risvegliarsi ogni giorno dopo l’inconscio del sonno. Mi sento al contempo miracolato e fruitore dei miracoli degli altri. È bellissimo.

Non ti manca la celebrità?

Per me è già troppo così. E poi i miei compagni hanno un talento più alto del mio. Io ho il talento del bove, dell’impegno per arare il campo; loro quello dell’unicorno, della fiamma che arriva e risolve. Come fossimo un collettivo di pittori, e io fossi quello che va a comprare la cornice. Canalizzo, insomma, ho questo merito.

Hermann è un disco tutt’altro che rassegnato. Però condanni la speranza. Come Monicelli.

Esatto. Mi riferisco a quell’idea di speranza cattolica, quasi tascabile, classicamente italiana: non m’impegno troppo, spero nelle stelle. Vorrei che in Italia si smettesse di vivere di speranza. Non più di certezze, ma di dubbio, ricerca vera, prospettiva. Cosa che mancherà ancora di più ai giovani. Il grande problema oggi è riuscire a vedersi, ad avere una propria identità, trovare una saldezza dopo la perdita dei padri.

È dura. Spesso si cede al vittimismo. Ma è una scelta, come dici in Sartre Monstre?

Tutto deve essere una scelta. La difficoltà degli umani, mia in primis, è trovare interlocutori. Ancor prima, il trovare in sé l’interlocutore. Trovato il secondo, e magari i primi, il dialogo con l’interlocutore è una libera scelta. Troppe vite sono interrotte dall’incapacitá delle persone di uscire dal proprio ambito di partenza, come quello familiare. Scegliere è fondamentale, fa sentire leggeri.

E anche veloci. In Achab in New York ti senti imprendibile.

Un ardire. Sono veloce solo nell’essere un’ombra; se devo pensarmi come una fetta di mercato. Mi estraggo volentieri da certe cose, la vita è altro. Per dire, eran due mesi e mezzo che non camminavo, per il troppo lavoro: oggi l’ho fatto, mi è parso straordinario. La nostra velocità è quella dei battiti del cuore. A seguirla, sarebbe tutto più semplice e stupefacente.

Come si reimpara lo stupore?

Stupendosi per le cose semplicissime. Prendi un feto: non ha nessun tipo di consapevolezza, ma una vitalità incredibile. Ci dà grandi lezioni senza aver scritto nulla: meglio di Nietzsche o Heidegger, che comunque ringrazio.

Il tuo è un approccio innato?

No, ce l’ho da poco. Riusciamo a capire le cose in luce quando siamo al buio e viceversa. Negli ultimi vent’anni un vissuto piuttosto complicato mi ha fatto raggiungere questa verità, che però è solo una fra le infinite possibili. Basta che funzioni, direbbe Woody Allen. Per me funziona.

Si direbbe che sei un disimpegnato, un apolitico. Ma in fondo tutto è politica, specialmente l’amore che in te è onnipresente, raccontato con rara profonditá.

Ci son stati esempi piú probanti di me, ma anch’io la penso cosí. La vera politica si svolge nel personale, nel quotidiano. Gaber e Luporini hanno scritto meraviglie irripetibili sui comportamenti sociali e amorosi nell’era moderna e post-moderna. Io cerco di muovermi nell’ambito, piú universale, di quelle istanze che ci legano ai nostri antenati: il rapporto uomo-natura, che racchiude quello uomo-donna poiché non siamo solo pensiero, ma anche sperma e lacrime. La mia tensione è scrivere di questo, ma temo di non riuscirci visto che ho fatto fatica solo a spiegartelo (ride).

Luca Lopardo