“Aumenta l’Iva nazionale, aumentano le addizionali locali di Irpef e Imu, insomma, si punta sempre sulle imposte indirette, come a dire che si colpisce sempre dalla stessa parte”. Nel giorno in cui i dati Istat certificano la “recessione tecnica”, il presidente di Federconsumatori Gianmario Mocera denuncia che le politiche fiscali rendono impossibile il rilancio di industria e commercio. Cifre alla mano, in effetti, si scopre che l’accoppiata Imu-Irpef porta con sé rincari da record. Per le famiglie, ma soprattutto per le imprese.

RECESSIONE TECNICA – I dati di oggi dicono che nel quarto trimestre del 2011 l’export è rimasto al palo, gli investimenti fissi lordi sono scesi del 2,4%, i consumi finali nazionali dello 0,7%. La spesa delle famiglie residenti è in calo dello 0,7% e quella della Pubblica amministrazione delle Istituzioni Sociali Private dello 0,6%. Risultato: il Pil è calato dello 0,7% dopo lo 0,2 che aveva segnato il decremento del terzo trimestre. E due “quarti” consecutivi di contrazione, si sa, significano recessione tecnica. Il guaio, però, è che il 2012 non porterà sollievo, anzi. Nel corso di quest’anno, ha segnalato di recente la Commissione europea, l’Ue “crescerà” esattamente dello 0,0%, eurolandia si contrarrà invece dello 0,3. E l’Italia? Secondo le stime, il Pil nazionale si ridurrà dell’1,3%, centrando così il terzo peggior risultato del Continente dietro a Portogallo (-3,3%) e Grecia (-4,4%).

IMU E IRPEF, SUPER RINCARI PER LE IMPRESE – Un esito pessimo, sul quale la pressione fiscale, specialmente quella indiretta rappresentata da Imu e Irpef, peserà e non poco. A Roma, spiega Il Sole 24 Ore, una famiglia di professionisti potrebbe sperimentare quest’anno un aumento delle due aliquote pari al 154% rispetto all’anno scorso, mentre a Milano e a Bari gli incrementi potrebbero toccare rispettivamente il 90% e il 50%. Le addizionali locali peseranno moltissimo, soprattutto in quei comuni che versano in condizioni finanziarie decisamente critiche. E a patire i rincari saranno anche le attività commerciali e imprenditoriali su cui incideranno i nuovi moltiplicatori del valore catastale. Ancora Il Sole 24 Ore stima che per un negozio tipo situato nel capoluogo lombardo, gli aumenti potrebbero raggiungere il 210%. Come a dire che chi nel 2011 aveva pagato poco più di 350 euro dovrebbe ora arrivare a sborsarne circa 1.100.

SALASSO SUI TERRENI AGRICOLI – Chi rischia di andare incontro all’intervento più pesante è però il settore agricolo. Domani, Confagricoltura, Cia – Confederazione italiana agricoltori e Copagri scenderanno in piazza a Roma per protestare contro quello che definiscono un salasso per l’intero settore. I dati del Centro studi di Confagricoltura, in questo senso, sono inquietanti: la nuova Imu potrebbe costare alle imprese del comparto fino a 1,5 miliardi cui si aggiunge un contributo compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro per l’accatastamento dei fabbricati rurali. In pratica, si raggiungerebbe una cifra equivalente al valore di tutta la politica agricola comune per l’Italia. Secondo Confagricoltura quindi ogni impresa pagherebbe dal 50% al 400% in più rispetto a oggi. Per fare un esempio un’azienda di circa 50 ettari con 4 fabbricati rurali ad uso produttivo vedrebbe i suoi 2.200 euro di Ici 2011 trasformarsi in 8.600 euro di Imu 2012, ovvero il 300% in più. “Noi siamo consapevoli di non poterci sottrarre allo sforzo generale di risanamento dei conti pubblici – spiega Mario Guidi, presidente di Confagricoltura – ma al tempo stesso osserviamo che l’introduzione dell’Imu sui terreni agricoli e sui fabbricati rurali porta a una tassazione capace anche di quintuplicare il gettito fiscale. E questo le aziende non se lo possono permettere. Per questo – prosegue – chiediamo al governo di valutare insieme a noi la dimensione di questo piano per realizzare quindi una concertazione”. Ad oggi, Confagricoltura ha aperto un tavolo tecnico con il governo per un calcolo dell’impatto effettivo della tassazione. Sulla questione è prevista mercoledì un’audizione in Senato.

“COSI’ SI INCENTIVA L’EVASIONE” – “Si parla molto di liberalizzazioni – continua Mocera di Federconsumatori – ma in realtà, se escludiamo il caso dello scorporo di Snam Rete Gas, ad oggi non abbiamo visto praticamente nulla. In compenso ci si concentra su questo genere di imposte che riducono la capacità stessa di far crescere la domanda e, purtroppo, rischiano di favorire la propensione all’evasione”. Negli ultimi tre anni, la combinazione stretta creditizia/pressione fiscale ha già prodotto un effetto evidente sul fronte del credito al consumo. Secondo Federconsumatori l’ammontare dei finanziamenti del comparto in Italia è in lenta ma costante discesa: dai 115 milioni circa del 2009 ai 112 dell’anno passato. Un altro segnale evidente di contrazione.

E LE BANCHE NON AIUTANO LE IMPRESE – La storia, del resto, è ormai nota. Debito pubblico significa pressione fiscale e pressione fiscale significa austerity. Ma debito pubblico significa anche titoli di Stato tuttora appetibili per le banche che, rinvigorite da mille miliardi di euro di prestiti Bce a tasso super agevolato, preferiscono investire nella finanza pubblica piuttosto che dare, letteralmente, credito alle imprese. Gira e rigira, insomma, si torna sempre lì, al circolo vizioso della cura che ammazza la ripresa riducendo il potere d’acquisto dei consumatori e le possibilità stesse delle aziende, anch’esse contribuenti, di operare nuovi investimenti per il rilancio dell’economia. Il problema è ormai conclamato e per l’Italia, dove la pressione fiscale 2012 dovrebbe toccare la quota record del 45%, i risultati sono a dir poco sconfortanti.