L’Italia non è un paese di laureati. Lo dimostrano le differenze con gli altri paesi europei dove quasi la metà dei giovani ha un titolo. Ma il nostro non è neppure un paese per laureati, visto che qui le aziende non ti inseguono all’uscita dalla discussione della tesi. Anzi, quando assumono, negli ultimi anni hanno iniziato a pagare sempre meno.

Il consorzio interuniversitario bolognese Almalaurea, ha presentato oggi il quattordicesimo rapporto sulla condizione lavorativa dei nostri “dottori”. Il quadro è sempre più allarmante mano mano che passano gli anni. Tra i 400 mila intervistati per l’inchiesta vengono alla ribalta storie di precarietà, disoccupazione, stipendi che non salgono, anzi, dimimuiscono.

Per prima cosa, va detto che a finire gli studi nel Belpaese sono davvero in pochi. Lo dimostra ancora una volta, nella fascia d’età tra i 25-35enni, la differenza col resto del mondo: appena il 20 % di loro ha ottenuto un titolo in Italia. La media degli altri paesi dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) tra cui Usa, Germania, Francia è invece al 37 %.

Che senso ha tuttavia laurearsi in un paese dove laureato è sempre più sinonimo di disoccupato? Nella nazione dove le università sono nate, infatti, il numero di chi è senza lavoro a un anno dalla fine degli studi passa dal 11,2 % del 2008 al 19,4 % del 2011 per le lauree triennali, e dal 10,8 % al 19,6 % per le specialistiche. Per le lauree a ciclo unico (Medicina per esempio) 4 anni fa chi era senza lavoro subito dopo la laurea era l’8,6 %, ora il 18,6 %. Un disastro.

Il lavoro stabile, quello che il premier Mario Monti ha chiamato “monotono”, è sempre meno diffuso. Riguarda il 42,5% dei laureati con laurea di primo livello e il 34% di quelli specialistici (-4 % e -1 % punto percentuale rispetto alla foto dello scorso anno). Aumenta invece il numero dei contratti a tempo determinato a tempo determinato e gli interinali e perfino il lavoro nero. Dopo un anno dalla laurea, secondo il rapporto Almalaurea, i lavoratori invisibili sono il 6 % dei laureati triennali, il 7 % degli specialistici e l’11% di quelli a ciclo unico.

Il dato più eclatante è tuttavia quello delle paghe. Invece di seguire l’aumento dell’inflazione loro, in maniera beffarda, scendono. Se nel 2008 un laureato triennale dopo un anno dalla discussione della tesi guadagnava 1.208 euro netti, nel 2011 ne guadagna 1.105. Un laureato con la specialistica incorniciata in ufficio, quattro anni fa guadagnava 1.238 euro, ora 1.080. Un “ciclo unico” vede la sua retribuzione scendere da 1.189 di 4 anni fa, a 1.050 del 2011. Nel focus si parla anche di stipendio medio dopo dieci anni dalla laurea. L’attesa sembra non pagare, visto che lo stipendio è di 1.600 euro in media, che scende a 1.400 euro se la laurea è in architettura o psicologia, fino ai 1.300 euro per i laureati in lettere.

“Si tratta di un fenomeno piuttosto preoccupante, ma del resto basta dare un’occhiata agli investimenti fatti in questo periodo dal nostro paese in questo settore. Francia, Germania, tutti i paesi europei hanno investito di più nelle professioni qualificate per uscire dalla crisi, l’Italia è l’unica in controtendenza – dice Andrea Cammelli, a capo del consorzio Almalaurea –. Abbiamo una percentuale di laureati modesta rispetto alla media Ocse, abbiamo una classe dirigente oltre 55 anni poco scolarizzata e per di più investiamo pochissimo su questo fronte”. Paese avvisato, mezzo salvato.

d.m.