La decisione del tribunale non era scontata. Ma quando dopo 12 anni la sua immunità parlamentare è decaduta per la fine del mandato all’assemblea legislativa, il vecchio ex generale Efrain Rios Montt, oggi 85enne, avrà probabilmente pensato di essere troppo vecchio per dover subire un processo. Invece, il tribunale di Guatemala city chiamato a decidere sul rinvio a giudizio dell’ex dittatore per crimini contro l’umanità, ha accolto gli argomenti dell’accusa: durante i 17 mesi della giunta militare, tra il 1982 e il 1983, è stato la mente della “terra bruciata”, la tattica usata dai militari per contrastare la guerriglia e sottoporre gli indigeni maya a un vero e proprio genocidio, sancito dal lavoro della Commissione per la chiarezza storica (Comisiòn par el Esclarecimiento Històrico, Ceh) creata sotto gli auspici dell’Onu nel 1994.

Davanti al tribunale, decine di persone si erano radunate per chiedere che il generale fosse mandato a processo. Un piccolo risarcimento morale e storico per le oltre 200mila vittime dei 36 anni di guerra civile in Guatemala. In quella terribile fase della storia del Paese, conclusa nel 1996, gli anni di Rios Montt sono considerati una delle pagine più oscure e inquietanti proprio per la sistematicità dei piani di “pulizia etnica” contro la popolazione indigena.

Secondo l’accusa, rappresentata dal procuratore Manuel Vazques, il militare è stato direttamente responsabile, in quanto vertice di una rigida catena di comando, di almeno 100 massacri, in cui hanno perso la vita quasi 1800 persone e altre 29 mila sono invece state costrette a lasciare le proprie terre. Vazques ha detto alla corte di poter provare la responsabilità dell’ex generale, grazie a una massiccia documentazione che dimostra come l’uomo sia stato dietro “l’ideazione, la pianificazione e il controllo dei piani militari di contro-insurrezione contro la popolazione indigena di Ixil de Quiche”.

La difesa, affidata all’avvocato Gonzalo Rodriguez Galvez ha cercato invano di controbattere che il generale “non era mai presente sul campo” al momento dei massacri.

E se l’attuale presidente guatemalteco Otto Pereze Molina, che ha avuto incarichi proprio sotto Rios Montt, avrebbe probabilmente preferito che il capitolo dei massacri non fosse riaperto, molti in Guatemala e nel mondo hanno accolto con soddisfazione la decisione di celebrare il processo.

Il rapporto finale della Ceh, pubblicato nel 1999 con il titolo “Guatemala, la memoria del silenzio” documentò e riuscì a identificare, di cui 23.671 uccise con esecuzioni sommarie e 6159 desaparecidos. Dai dati raccolti in cinque anni di lavoro, la Ceh concluse che gli indigeni maya costituivano l’83 per cento delle vittime della guerra e che il 93 per cento delle atrocità commesse durante la guerra erano state opera delle forze armate governative.

Ad agosto dell’anno scorso, quattro soldati sono stati condannati a 30 anni di prigione per ciascuna delle 201 vittime del massacro di Dos Erres (6 dicembre 1982), quando una unità delle forze speciali dell’esercito guatemalteco sterminò un intero villaggio, donne e bambini compresi, di contadini maya proprio per ordine dell’allora leader Rios Montt. Quella condanna, la prima nella storia del Guatemala, aveva ridato speranza alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e alle famiglie delle vittime dei massacri, che hanno aspettato il verdetto del giudice tenendo in mano cartelli con un messaggio semplice e diretto: “Nessuna impunità”. La loro speranza è stata realizzata, anche se il processo sarà lungo e riaprirà ferite mai del tutto rimarginate.

di Joseph Zarlingo