A Siracusa il blocco stradale sulla statale che conduce all’autostrada per Catania è organizzato da un gruppo di pescatori di Portopalo intabarrati per il freddo, che distribuiscono agli automobilisti in coda volantini con la scritta “carburante al 50%”. L’aumento del costo del gasolio per le imbarcazioni li ha messi in ginocchio: 76 centesimi di euro al litro significano circa 500 euro per un giorno in mare, con i ricavi del pescato che ormai non pareggiano più i costi.

Ecco perché sono in strada a chiedere la diminuzione delle accise, per continuare a fare l’unico mestiere che conoscono. “In Sicilia è tutto in crisi ormai, anche l’economia in nero”, sostiene un imprenditore edile che ha un cantiere a pochi chilometri da qui, a Città Giardino, anche lui in strada con quelli di “Forza d’urto”. Raffaele Di Falco è un ex elettore di Forza Italia e ha una dozzina di operai impegnati a costruire 60 villette. Il suo è un subappalto: ha un credito di 80 mila euro, ma il costruttore non paga da mesi. E lui non riesce a pagare i suoi operai. Alla rotonda di contrada Targia, dove oggi il mega centro commerciale è deserto, c’è anche un giovane perito meccanico in cerca di lavoro, qui in lotta con una macchina fotografica al collo.

C’è anche una sociologa ecologista appena andata in pensione, che sostiene che lo statuto speciale della Regione Sicilia già consentirebbe di togliere le accise dal carburante venduto in tutta l’isola: “In questo questo territorio ci sono le raffinerie, ma qui rimangono solo cancro e inquinamento”. Trenta chilometri di costa devastata da un’area industriale nata negli anni Sessanta, nel tratto che va da Siracusa ad Augusta. E il paradosso di avere la benzina più cara d’Italia: 1,92 euro al litro.

Al blocco davanti all’ingresso della portineria sud della Isab di Priolo, che raffina 320 migliaia di barili al giorno, l’atmosfera è surreale. Stormi di uccelli volteggiano tra le ciminiere al tramonto. C’è il fumo di una brace e arrostiscono cipolle. Al presidio che blocca tutte le autobotti di carburante da domenica notte ci sono i lavoratori dell’indotto. Metalmeccanici, trasportatori, disoccupati e giovani laureate che si mettono in posa per una foto. “Scrivi che ci sono anche le donne”, dice una di loro, figlia di un imprenditore che lavora da anni dentro la raffineria, che ormai sembra destinata a diventare solo una zona di stoccaggio, “e che non abbiamo bandiere, né di destra né di sinistra. Qualcuno sul web dice che dietro il movimento dei forconi c’è Forza Nuova, ma non è così. Alcuni di loro erano in strada a Catania durante una manifestazione. Ma come impedirlo?”.

Sono in molti, invece, ad ammettere di aver votato Berlusconi. Qualcuno lo rivoterebbe, forse. Ma adesso c’è voglia di cambiamento. E rabbia contro i politici. Tutti venduti. Contro le banche che ormai concedono crediti a condizioni assurde. L’agenzia delle entrate che tartassa con le cartelle esattoriali. I controlli sugli autotrasportatori della Guardia di finanza. E il costo assurdo dei biglietti dei traghetti sullo stretto: 300 euro per un Tir di 16 metri, 600 se si trasportano infiammabili. La protesta per il caro gasolio è appena l’inizio.

La gente appare disperata C’è chi racconta di una signora di Augusta rapinata delle buste della spesa. Di vero c’è che la crisi colpisce anche il commercio e molti negozi, in diversi centri del siracusano, come Avola e Noto, hanno chiuso i battenti per protesta, spontaneamente. “La Sicilia è bloccata, è tutta in strada. E’ una rivoluzione culturale”, sostiene Salvatore Ranno, 48 anni, a capo di un’impresa di trasporti di Lentini che ha 60 mezzi in giro per la penisola, quasi tutti fermi per la protesta. “E’ il sistema che deve cambiare. Vogliamo gente nuova, a Palermo e a Roma”. Chissà che la protesta dei Forconi non si trasformi presto in una campagna elettorale.

di Renata Storaci