Un tonfo dietro l’altro, senza apparente soluzione di continuità. Neanche la partenza ufficiale dell’aumento di capitale di Unicredit ha placato gli investitori finanziari e anche oggi in borsa il titolo cede più del 14 per cento, con le quotazioni che sono arrivate a circa 2,3 euro per azione. Da mercoledì 4 a venerdì 6 le azioni avevano già perso il 37 per cento circa, bruciando 4,6 miliardi di valore della società in borsa, ovvero più della metà dei 7,5 miliardi di euro che la società deve raccogliere con l’aumento. Con il calo di oggi il titolo ha lasciato sul campo qualcosa come il 60 per cento del suo valore e la società si avvia a perdere tanto quanto conta di immetterne con il denaro fresco dei suoi soci. Non solo: ad oggi l’intera capitalizzazione della banca sarebbe inferiore ai 7,5 miliardi di euro di nuova liquidità da raccogliere, e questo dettaglio fornisce esattamente la fotografia dello stato di salute della banca. Se l’aumento di capitale Unicredit parte con queste credenziali, si può ben immaginare quale possa essere quello delle altre banche che dovranno ricorrere agli aiuti del mercato nei mesi futuri, in primis istituti come il Monte dei Paschi di Siena.

Sul tracollo del gruppo di piazza Cordusio, per la verità, ha aperto un’indagine anche la Consob con il sospetto che ci siano state manovre speculative di vendita cosiddetta “allo scoperto” sul titolo, vietate sulle Borse italiane. In altre parole, si vende un titolo senza averne la proprietà confidando su un suo crollo nei giorni seguenti, quando lo si ricomprerà a prezzi più bassi per consegnarlo al compratore iniziale. Se c’è stata speculazione di questo tipo la Commissione di Borsa lo appurerà nei prossimi giorni, fatte le dovute verifiche sugli ordini di vendita che provenivano dall’estero, i principali indiziati.

Se le azioni cadono, i diritti che servono a sottoscrivere l’aumento precipitano senza paracadute. Attualmente sono sospesi per eccesso di ribasso con un calo del 50 per cento circa del proprio valore solo nella prima mattinata di contrattazioni.

Che scenari apre quest’operazione su cui il mercato ha addensato molte nubi? Non tutti i soci aderiranno come si è visto: “Su questa operazione ci sono degli aspetti che non tornano, come il fatto che alcuni fra i più grandi soci non vi partecipano e che da parte del Governo italiano non e’ stato fatto nulla, non dico per aiutare, ma per andare incontro al mercato” ha affermato Massimo Intropido, analista di Ricerca Finanza, ripreso dall’agenzia Mf DowJones.

Quali siano i nuovi padroni di Unicredit è presto dirlo: si parla di fondi sovrani cinesi o mediorientali, pronti a sfilare la banca alle fondazioni italiani e a questi valori l’obiettivo non sarebbe poi così difficile. Nessuno si è ancora affacciato alla finestra, ma l’eventualità è temuta dai maggiori soci, senza che però si possa porre rimedio.

L’operazione, giova ricordarlo, è stata imposta dall’Eba, l’autorità europea che monitora il sistema bancario, che ha chiesto a molti istituti non solo italiani di ricapitalizzare. Richieste che hanno scatenato l’ira dei banchieri, che hanno minacciato di restringere il credito. L’economista Salvatore Bragantini su La voce.info scriveva: “Resta da dire che le lamentele bancarie sono un ricatto bello e buono, e pure per lo più infondato. La minaccia è esplicita: dovremmo aumentare il capitale, dicono i banchieri, ma siccome non possiamo farlo, per arrivare comunque a un Core Tier 1 del 9 per cento saremo costretti a ridurre il denominatore, quindi gli impieghi. L’insipienza dell’Eba ci precipiterà tutti nella recessione”. Ma, continuava Bragantini: “L’Europa, come in verità tutto il mondo, non può permettersi un’altra grande crisi finanziaria: non ci sarebbero i mezzi per salvare un’altra volta le banche e il sistema bancario ombra. Anche se i banchieri fingono di scordarlo, è per questo che il Consiglio europeo ha chiesto all’Eba di determinare i fabbisogni di capitale delle banche; questa lo ha fatto, nell’ambito dei suoi poteri e delle sue responsabilità. Anziché soffiare sul fuoco della protesta lobbistica, cerchino i governanti degli Stati membri di fare, anch’essi, il proprio dovere”.