Indimenticabile fu la risposta di Berlusconi in una conferenza stampa di qualche anno fa, quando, nell’agosto del 2009, sul caso del mancato scioglimento del consiglio comunale di Fondi – difeso a spada tratta da buona parte dell’ex governo – assicurò che nessun politico di quella città era coinvolto in questioni di mafia. Ieri il Tribunale di Latina, concludendo un processo promosso dalla Dda di Roma, ha chiuso un capitolo fondamentale della storia della città del sud del Lazio, snodo centrale delle cosche di ‘ndrangheta e camorra proiettate verso la capitale. Centodieci anni di reclusione, con l’accusa, accolta dai giudici, di associazione a delinquere di stampo mafioso e la conferma di buona parte delle accuse venute dal prefetto di Latina, respinte poi dal consiglio dei ministri.

Condannati a 15 e 13 anni di reclusione i principali imputati, i due fratelli Venanzio e Carmelo Tripodo, figli di don Mico, capobastone di Sambatello, cittadina che si affaccia verso il mare, sulla collina che sovrasta Reggio Calabria. Condannati anche alcuni pezzi fondamentali della politica e dell’amministrazione locale: sei anni per l’ex assessore ai lavori pubblici Riccardo Izzi, rampante avvocato cresciuto all’interno del locale circolo di Forza Italia, primo degli eletti nel 2006, caduto in disgrazia dopo aver iniziato a raccontare la presenza soffocante delle cosche; nove mesi per l’ex comandante dei vigili urbani, Dario Leone, cugino dell’ex sindaco Luigi Parisella.

Aldilà delle specifiche condanne la sentenza del Tribunale di Latina rispecchia e si incrocia con le cinquecento pagine della relazione della commissione di accesso, che servì al prefetto Bruno Frattasi – poi trasferito grazie a una promozione – per chiedere per due volte lo scioglimento per mafia dell’amministrazione comunale di Fondi.

La famiglia Tripodo non è gente qualsiasi. Il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro raccontava dello strettissimo rapporto che esisteva tra il clan di don Mico e Salvatore Riina: “Domenico Tripodo fu il suo compare d’anello”, raccontano le informative dell’antimafia. Fino al 1976, anno della sua morte, il padre dei due fratelli migrati a Fondi era considerato, insieme ad Antonio Macrì e Girolamo Piromalli, parte del vertice della ‘ndrangheta e capo indiscusso di Reggio Calabria.

Il ruolo dei Tripodo a Fondi divenne noto con la deposizione del collaboratore di giustizia della Camorra Carmine Schiavone: “Per quanto possa io desumere, Carmelo Tripodo doveva avere già negli anni 1985-86, un incasso netto di circa 200.000.000 di Lire mensili per il traffico di stupefacenti, intendendo per questi sia la cocaina che gli fornivamo noi, sia l’eroina ottenuta dal giordano, dai calabresi e da altri”, spiegava nel 1996. Fondi diventa rapidamente una vera e propria base logistica, anche grazie alla creazione del centro ortofrutticolo, il Mof.

Già negli anni ’80 Carmelo Tripodo riceve le prime denunce per tentata estorsione e incendio, proprio all’interno degli stand del mercato. E’ solo l’inizio di una lunga carriera criminale, costellata di processi, denunce, arresti.

Nonostante questo le aziende dei Tripodo a Fondi hanno un notevole successo, iniziando a lavorare per l’amministrazione comunale retta da Luigi Parisella, amico e socio del senatore del Pdl Claudio Fazzone. La Lazio Net Service, controllata da Carmelo Tripodo, ad esempio, era una delle aziende fornitrici del comune di Fondi, con l’assenso “dell’organo politico”, come spiegava la relazione del prefetto Frattasi. Quella presenza divenuta ormai organica nella città non ha mai creato imbarazzo nella classe politica del centro destra del sud pontino, che ha sempre difeso gli imputati condannati ieri dal Tribunale di Latina. Per il presidente della provincia Armando Cusani, Pdl, il vero problema della zona è rappresentato dai giornalisti, definiti “un’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”. Altro che mafie.