Dopo Natale gli attivisti del centro sociale Bartleby di Bologna potrebbero non avere più una sede. La loro convenzione con l’Ateneo è scaduta a settembre, e fra pochi giorni partiranno i lavori di ristrutturazione degli spazi di via San Petronio Vecchio, di proprietà dell’Alma Mater e occupati dal collettivo. Sergio Brasini, professore di Statistica economica all’Università di Bologna e tra i più attivi componenti del collettivo bolognese antiGelmini chiamato Docenti preoccupati, lancia un appello ad Ateneo e Comune perché trovino assieme una soluzione condivisa per il problema della nuova sede di Bartleby. “Lo sfratto sembra imminente, e temo che si possa verificare qualcosa di spiacevole durante le vacanze natalizie”.

Qualche settimana fa i Wu Ming per primi hanno lanciato forte un grido d’allarme: Bologna sta condannando a morte Bartleby. Non mi riferisco ovviamente al personaggio letterario creato da Herman Melville, ma all’omonimo collettivo di studenti, ricercatori e giovani lavoratori precari che contribuisce con passione ad animare la vita intellettuale, artistica e culturale della città.

Bartleby venne alla luce il 25 marzo 2009, all’interno di un immobile allora in disuso di proprietà dell’Ateneo sito in via Capo di Lucca. La permanenza in quegli spazi fu assai travagliata e di breve durata. Due successivi sgomberi forzati, ordinati nel giro di poche settimane, misero subito in evidenza la difficoltà per i vertici dell’istituzione universitaria di stabilire un proficuo contatto con gli occupanti. Il collettivo ha trovato solo all’inizio del 2010 una sede stabile in via San Petronio Vecchio, risultando vincitore di un bando di gara indetto dall’Alma Mater per assegnare temporaneamente (con scadenza a fine settembre 2011) la gestione di alcuni locali di sua proprietà nei pressi della Facoltà di Scienze Politiche. Nell’occasione l’allora neo rettore Ivano Dionigi ed il prorettore agli Studenti Roberto Nicoletti diedero prova di grande pragmatismo. Il bando dell’Ateneo sembrò infatti il modo istituzionalmente più appropriato per manifestare attenzione nei confronti di ragazzi e ragazze che desideravano un accesso stabile a spazi idonei all’aggregazione e alla produzione culturale.

La sede di Bartleby è stata attraversata in questi anni da una moltitudine di musicisti, scrittori, artisti, docenti universitari e attivisti politici; si sono susseguiti, quasi senza soluzione di continuità, presentazioni di libri, reading di poesie, concerti di musica classica, videoproiezioni, mostre di fumetti, dibattiti sull’attualità e sul mondo. Tutto è stato organizzato in assenza di qualsiasi ulteriore finanziamento, a costo zero per la collettività. Ora la brillante esperienza parrebbe giunta al capolinea. L’Ateneo, stante l’esigenza dichiarata di nuovi spazi didattici, ha necessità di dare una nuova destinazione d’uso ai locali di via San Petronio Vecchio. Il prorettore Nicoletti non sembra intenzionato a farsi carico dell’individuazione di una nuova sede per Bartleby. Ha piuttosto sollecitato da tempo l’intervento del Comune di Bologna, ritenendo che il problema debba essere affrontato e risolto dall’Assessorato alla cultura. Dopo settimane di rigoroso riserbo, Alberto Ronchi ha annunciato più volte pubblicamente che Bartleby non otterrà uno spazio da parte del Comune. Il motivo di questa decisione sembra riconducibile alle vicende che hanno determinato l’occupazione (e il successivo sgombero forzato) dell’ex cinema Arcobaleno. L’assessore, dimostrando nella migliore delle ipotesi una scarsa conoscenza delle dinamiche dei movimenti di protesta bolognesi, non ha evidentemente colto il significato di quanto è avvenuto. L’iniziativa dell’occupazione va ricondotta al percorso condiviso da una realtà plurale (autodenominatasi “Community center di Santa insolvenza”), composta da una rete ampia di collettivi e da cittadini e cittadine spesso alla loro prima esperienza di militanza attiva. Non ha davvero senso attribuirne a Bartleby tutta la responsabilità. Ho provato allora ad interrogarmi sui reali motivi dell’atteggiamento dei rappresentanti delle istituzioni cittadine nei confronti di Bartleby. Mi sono venute in mente due possibili risposte. In primo luogo Bartleby ha sempre perseguito con tenacia l’affermazione della propria identità, irriducibile rispetto al sistema dei partiti, rifiutando la genuflessione ai poteri costituiti come pratica politica ed esprimendo in città un punto di vista non omologato. In secondo luogo i suoi appartenenti si sono opposti fieramente all’approvazione della legge di riforma dell’Università e più tardi a quella del nuovo Statuto dell’Ateneo, così come ai tagli alla cultura e alle ricette economiche imposte dall’Unione europea.

Purtroppo i giorni stanno passando e si avvicina la data prevista per lo sgombero definitivo dei locali di via San Petronio Vecchio. Mi sembra opportuno quindi rivolgere un accorato appello al rettore Ivano Dionigi e al sindaco Virginio Merola, al Prorettore Roberto Nicoletti e all’Assessore Alberto Ronchi, affinché le due istituzioni che loro rappresentano si ritrovino al più presto assieme ai ragazzi e alle ragazze di Bartleby per individuare una soluzione condivisa al problema della nuova sede. Non è mai troppo tardi per riannodare le fila di un dialogo, nel segno di quel ritrovato spirito di collaborazione tra Università e città che rettore e sindaco hanno più volte richiamato nel corso degli ultimi mesi.

Sergio Brasini – Università di Bologna