Il conte Igor

Morto un «supertestimone», se ne fa subito un altro. A tavolino. Dal cilindro dei membri polisti della commissione Telekom Serbia, che ha iniziato a operare a pieno ritmo. Solo a metà del 2002, salta fuori un altro depistatore di quart’ordine: Igor Marini, sedicente «conte polacco», alle spalle varie denunce per truffa, ultima professione conosciuta: facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia. Occhio alle date. Il 29 aprile 2003, dopo anni di polemiche sulle «toghe rosse», sulle «prove false», sul «processo politico» e sui «testi manipolati», arriva il verdetto di primo grado sui casi Imi-Sir e Mondadori: Previti, Pacifico e Acampora e i giudici Squillante e Metta condannati per corruzione. Il Tribunale di Milano parla del «più grave caso di corruzione della storia d’Italia, e non solo». Nemmeno la Rai berlusconizzata e la Mediaset berlusconiana possono ignorare l’avvenimento. Ma ecco pronto un provvidenziale diversivo, che consente alle sei reti televisive di parlare d’altro. In febbraio la commissione ha ricevuto una lettera anonima che indica Igor Marini, «consulente finanziario», come testimone fondamentale dell’affare serbo. Di solito, nelle Procure, le lettere anonime vengono cestinate, o quantomeno sottoposte a un vaglio rigoroso. La presidenza della commissione invece, senz’alcun controllo (Marini è indagato a Roma per riciclaggio), convoca Marini e lo ascolta il 7 maggio, otto giorni dopo la condanna di Previti & C. Quel giorno il giovanotto comincia a snocciolare accuse ai presunti destinatari della maxi-tangente Telekom Serbia, che lui prima quantifica in 800 miliardi (quasi l’intero prezzo incassato dal governo Milosevic), poi in circa 400. E cioè Prodi, Fassino e Dini, titolari di appositi conti cifrati all’estero, denominati rispettivamente «Mortadella», «Cicogna» e «Ranocchio».

In seguito, in un crescendo delirante, Marini aggiungerà anche i nomi di Rutelli, Veltroni, Mastella e persino Willer Bordon, oltre a un serie di cardinali vaticani. Trantino e gli altri commissari della Cdl, fra i quali spiccano Calderoli, Taormina, Vito e Bocchino, tengono bordone al sedicente nobiluomo, interrogandolo a più riprese, prima in commissione, poi in Svizzera dov’è stato arrestato per una vecchia truffa, poi nel carcere di Torino dove viene infine tradotto per altri raggiri. Rientrano persino dalle ferie estive, i commissari del centrodestra, dando in pasto ai giornali e ai telegiornali «rivelazioni» sempre nuove e oscurando così la sentenza Previti depositata il 5 agosto. Per tutta l’estate i telegiornali Rai e Mediaset, anziché delle tangenti ultradocumentate di Previti ai giudici, parlano a reti unificate delle tangenti immaginarie della Telekom Serbia: i verbi al condizionale e gli aggettivi prudenziali cedono il passo agli indicativi e a espressioni tranchant come «le tangenti ai leader dell’Ulivo», «le nuove rivelazioni del supertestimone», quasi che fosse già stata emessa una sentenza definitiva comprovante l’assoluta attendibilità del «conte» Igor.

Nessuno si prende la briga di andare a controllare il curriculum di Marini, quantomeno per appurare se si sia mai occupato a qualche titolo dell’affare Telekom Serbia. «Igor Marini sembra Pico della Mirandola per la sua memoria prodigiosa», dice estasiato Trantino il 19 giugno 2003, uscendo da uno dei tanti interrogatorifiume con il «supertestimone». «Per ora – aggiunge entusiasta il 23 luglio – siamo in grado di dire che Marini non è un collezionista di bufale come è stato presentato da alcuni.» Taormina, in base alle accuse di Marini, chiede l’immediato arresto di Prodi, Fassino e Dini. Il presidente della Camera Casini non arriva a tanto, ma propone al centrosinistra un disarmo bilanciato: si metta la sordina «tanto a Marini quanto a Stefania Ariosto» (peccato che il racconto della Ariosto sia riscontrato dalle rogatorie bancarie in Svizzera, sia reso credibile dalla stretta amicizia intrattenuta dalla donna con Previti e Berlusconi e sia stato già vagliato da un Tribunale della Repubblica, mentre non una parola di Marini ha mai trovato conferma in un atto giudiziario o in un documento ufficiale). «Le dichiarazioni di Marini – spiega ammirato Trantino il 7 agosto – sono importanti per qualità e quantità, e per la sua memoria mostruosa

Poi si scopre che il giovanotto ha sì una memoria prodigiosa, ma nel senso che ricorda alla perfezione fatti mai avvenuti, tangenti mai versate, nomi di persone mai conosciute. Ha imparato bene il copione, di cui peraltro si ignora l’autore. Ai magistrati di Torino basterà interrogare le sue due mogli o visitare la stamberga in cui abitava ultimamente alla periferia di Brescia, per scoprire di avere di fronte un mitomane che si spacciava per «guardiano del Santo Sepolcro» e vicepresidente dello Ior (la banca del Vaticano), si dichiarava amico intimo di papa Wojtyla, millantava possedimenti su isole deserte, mentre in realtà non aveva nemmeno di che pagare l’affitto degli alloggi nei quali abitava e dai quali veniva puntualmente sfrattato, inseguito dai creditori, con l’acqua alla gola al punto tale da convincere la seconda moglie a vendere la sua utilitaria per investire il ricavato in fantomatiche speculazioni, su titoli indonesiani, puntualmente fallite. I magistrati scoprono soprattutto che il finto conte polacco, italianissimo truffatore senza un goccio di sangue blu, non s’è mai occupato, nemmeno per sbaglio, della Telekom Serbia. E che i conti, in banche di mezza Europa, sui quali sosteneva di aver dirottato le tangenti a Prodi, Fassino e Dini («Mortadella», «Cicogna» e «Ranocchio »), non esistono.

Tuttavia, sempre con la complicità dei commissari polisti, ha potuto perpetuare per mesi la sua gigantesca e pittoresca calunnia grazie anche alle testimonianze, false pure quelle, di altri truffatori legati al Sismi e a Forza Italia: come, per esempio, il massone irregolare Antonio Volpe (nome in codice «Fox»), legato al Sismi, subito promosso anche lui a «supertestimone », poi arrestato a Roma dinanzi a Montecitorio mentre passa un dossier fasullo all’onorevole pregiudicato Alfredo Vito di Forza Italia, anche lui membro della commissione d’inchiesta. Alla fine i giudici di Torino archiviano le indagini su Tommasi di Vignano e Gerarduzzi perché, come scrive la Procura il 26 febbraio 2004,
allo stato degli atti continua a non esistere la benché minima prova che tangenti siano state effettivamente pagate e che, conseguentemente, sia stato perpetrato un falso in bilancio funzionale a nascondere l’utilizzazione della relativa provvista. […] Non esiste prova che parte del prezzo pagato sia ritornato nella disponibilità di Telecom Italia o di persone fisiche, ricoprenti cariche istituzionali o meno; e non esiste prova che sia stato volontariamente pagato un prezzo superiore a quello effettivo in vista del ritorno nella propria disponibilità del differenziale.

Il gup Francesco Gianfrotta, nell’ordinanza di archiviazione del 9 maggio 2005, aggiunge:
È giunto il momento di scrivere la parola «fine» su una indagine penale la cui complessità, anche per ragioni esterne al procedimento, è cresciuta col tempo, ed il cui sviluppo ed esito sono stati resi possibili da un livello di approfondimento senz’altro straordinario. Nulla è stato tralasciato. Nulla è stato trascurato. Ciò tranquillizza sulle conclusioni che debbono essere assunte: l’ipotesi di accusa – che l’«operazione Telekom Serbia» sia stata accompagnata da fatti di corruzione e da falsificazioni di bilanci – all’esito di oltre quattro anni di indagini, non ha trovato a sostegno né prove, né indizi, e neppure elementi di mero sospetto. La formula che l’ordinamento processuale impone è l’infondatezza della notizia di reato. Essa, peraltro, non restituisce sufficientemente «il dovuto» ai due indagati. La loro condotta non solo è risultata priva di aspetti di rilievo penale, ma anche insuscettibile di censure su altri piani. Lo si afferma sulla base di quanto emerso nelle indagini e per quanto – il farlo in questa sede – possa valere. Darne atto può non bastare loro, ma – oggi, finalmente – appare il minimo che possa e debba farsi.

La Procura di Torino indaga pure su Marini, Volpe e altri depistatori per calunnia nei confronti di Prodi, Fassino, Dini e gli altri personaggi della politica e del Vaticano. Ma quella parte d’inchiesta finisce poi per competenza a Roma. Per qualche giorno i commissari polisti che avevano amorevolmente allevato il «conte Igor» accusano i magistrati piemontesi di voler «insabbiare» il caso per conto della solita sinistra. Poi il caso Telekom Serbia scompare frettolosamente dai titoli dei giornali e dei tg. Così la sproporzione fra le notizie false sparate quotidianamente e la smentita giudiziaria relegata in pochi e imbarazzati servizi e durata un solo giorno lascerà nell’opinione pubblica la sensazione che qualcosa di losco i capi dell’Ulivo l’abbiano comunque commesso.