Ci sono i superbanchieri come il gran capo di Intesa, Corrado Passera e Antonio Vigni, direttore generale del Monte dei Paschi di Siena. E poi gli onorevoli Italo Bocchino, finiano della prima ora, con il berlusconiano (pentito?) Giorgio Stracquadanio. Ma anche il popolo degli imprenditori e degli artigiani del Nordest non ha proprio potuto fare a meno di far sentire il suo caldo sostegno all’iniziativa. Tutti in piedi. Tutti ad applaudire il signor Giuliano Melani da Pistoia, che si è comprato un’intera pagina sul Corriere della Sera di venerdì per esortare gli italiani a comprare titoli di Stato “per non svendere il Paese, per fare a meno del governo e dell’Europa”. Così recita, testuale, l’appello firmato Melani, che nel weekend si è fatto una scorpacciata di interviste ai giornali con tanto di comparsata televisiva.

Insomma, il vero patriota compra titoli di Stato. Il popolo dona il suo oro alla Patria per sfuggire all’assedio dei mercati cinici e bari. E infatti Bocchino e Stracquadanio hanno solennemente annunciato di aver messo mano al portafoglio: il primo ha comprato 20 mila euro di Btp e il secondo addirittura il doppio. Sfortunatamente i mercati, in apparenza non troppo impressionati dalla discesa in campo di Bocchino e Stracquadanio (o forse sì, ma in senso contrario a quello auspicato dagli interessati), hanno tirato dritto per la loro strada. Ieri le quotazioni dei bond targati Italia hanno perso ancora quota e lo spread ha frantumato l’ennesimo record superando quota 490 punti. Nel futuro prossimo, in assenza di novità sul fronte politico, la situazione non potrà che peggiorare, anche nella fantascientifica ipotesi che gli italiani accorrano in massa in banca per comprare titoli di Stato.

Alcuni di coloro che in questi giorni si sono precipitati ad applaudire pubblicamente il simpatico Melani lo sanno benissimo, ma indossare la maschera del patriota può servire a farsi con comodo gli affari propri. Prendiamo i banchieri, che negli anni scorsi si sono abbuffati di Btp per ingrassare i bilanci. Ora che si mette male, i top manager tipo Passera e Vigni, hanno un disperato bisogno che qualcuno prenda il posto delle banche, almeno in parte, quando si tratterà di sottoscrivere i titoli di stato nelle aste dei prossimi mesi (300 miliardi da piazzare da qui a fine 2012). Secondo i dati dell’ufficio studi della Banca d’Italia, gli istituti di credito nazionali possiedono il 12, 6 per cento del totale dei titoli pubblici italiani in circolazione, che ammontano a circa 1. 600 miliardi. Alla fine del 2009, la quota delle banche non arrivava al 10 per cento (9, 8). Nel giro di meno di due anni, quindi, i gruppi creditizi hanno aumentato la loro esposizione al debito sovrano di Roma di oltre il 20 per cento. Adesso però quel malloppo scotta.

E allora può far comodo, eccome, scaricarne un po ’ sulle famiglie. Tanto più che, queste ultime, invece, tra il 2009 e il 2011 hanno mantenuto invariata al 14, 3 la loro quota sullo stock complessivo di titoli di stato. Il banchiere vende, la famiglia compra. Quello che ci vuole per dare una mano ai conti degli istituti. Non si capisce quale sia la convenienza per i piccoli risparmiatori a farsi carico dell’invenduto delle banche. Le stesse banche che, negli ultimi due anni sono riuscite a risparmiare decine e decine di milioni di imposte con operazioni finite nel mirino della magistratura. A questo proposito Melani potrebbe chiedere informazioni ai vertici di Unicredit, il gruppo creditizio per cui lavora, che pochi giorni fa si è visto sequestrare 245 milioni di euro dal tribunale di Milano nell’ambito di un’inchiesta per una presunta truffa all’erario. A ben guardare, però, non si spiega neppure l’entusiastica accoglienza che l’appello di Melani avrebbe raccolto, secondo il Corriere della Sera, tra i piccoli imprenditori del Nordest.

Tutti ricordano gli appelli provenienti da quella parte del Paese a ridurre gli sprechi statali e a indirizzare i capitali verso la produzione. Meno rendite più lavoro, questo lo slogan caro al Nordest. Che invece adesso plaude a una proposta che vorrebbe gettare altro denaro nel gran falò del debito improduttivo gestito dallo centralista e sprecone. Come si spiega l’inversione di rotta? Mistero. A meno di non malignare che i tanti padroncini di Verona, Padova e Treviso, un’area dove si concentra buona parte dell’evasione fiscale del Paese, non cerchino in realtà di esorcizzare lo spettro delle tasse. Perchè di questo passo l’amministrazione pubblica, messa alle strette, potrebbe anche decidere di mettersi a combattere seriamente i furbetti. O magari (disgrazia delle disgrazie) a Roma potrebbero inventarsi addirittura un qualche tipo di imposta patrimoniale.