Quando in tarda mattinata una nota dell’Eliseo annuncia l’imminente telefonata tra il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, l’Europa ha già acquisito due importanti certezze. Primo, quello vissuto dalle borse sarà un martedì nero, nerissimo, tra i peggiori che si ricordino. Secondo, per quel disastro può essere individuato un solo colpevole: il premier greco Georgios Papandreou. Con un annuncio semplicemente clamoroso, il capo del governo ellenico ha reso noto ieri ciò che nessuno, nemmeno il più pessimista tra i falchi della Bundestag, avrebbe potuto immaginare: il piano di ristrutturazione del debito greco – con tanto di inevitabile corollario di austerity e depressione economica – sarà sottoposto a referendum popolare entro la fine dell’anno. Come dire che quello che fino a ieri era ritenuto uno degli imprescindibili elementi cardine dell’intesa europea, un punto fermo ormai fuori discussione da presentare con orgoglio in sede G20, torna ora pienamente in ballo. Con la non improbabile prospettiva, per altro, di essere addirittura messo fuori gioco. Eppure, fa sapere il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, “il nuovo piano di aiuti alla Grecia non può essere rinegoziato”.

Ricapitolando: le attuali condizioni del piano greco prevedono altri 130 miliardi di prestito europeo e la possibilità per Atene di svalutare del 50 per cento le sue obbligazioni. In cambio, ovviamente, si chiede al Paese di proseguire con le misure di austerity e di taglio alla spesa pubblica, quegli stessi provvedimenti, cioè, che secondo molti analisti starebbero deprimendo le possibilità di crescita economica alimentando, al contrario, una vera e propria recessione. Papandreou insomma, si trova tra due fuochi: da un lato non può fare a meno di sistemare i conti dello Stato (o per lo meno di dare l’illusione di provarci) dall’altro non può evitare di subire le conseguenze di questa operazione in termini di performance economica e perdita di consenso.

Papandreou ha così scelto di stupire tutti, risolvendo con un incredibile colpo di teatro un’impasse che rischiava di travolgerlo. La sua mossa, infatti, scombina i piani tanto di coloro che da tempo invocano nuove elezioni, quanto di chi sperava nella formazione di un nuovo governo di unità nazionale senza di lui. Toccherà al Parlamento, ora, il compito di rinnovargli la fiducia, poi la palla passerà ai cittadini, coinvolti nell’occasione in un evento del tutto eccezionale. L’ultimo referendum realizzato in Grecia risale al 1974, subito dopo la fine della dittatura. Allora si trattava di scegliere tra monarchia e repubblica, un voto decisivo che avrebbe posto per sempre fine alla discussione. Esattamente il contrario di ciò che accadrà a gennaio.

E già. Perché il problema, temono ora tutti quanti, è che la consultazione popolare finisca seriamente per non risolvere quasi nulla. Una vittoria del Sì, nota oggi il Wall Street Journal, potrebbe scatenare proteste di piazza mai viste prima paralizzando di fatto il Paese. Una bocciatura del piano, al contrario, implicherebbe il taglio dei finanziamenti esterni, ovvero il default totale. A meno che, s’intende, l’Europa non giocasse d’anticipo preparando per l’occasione un piano alternativo che imponesse alla Grecia condizioni meno onerose in termini di austerità. Solo che a quel punto sorgerebbero nuovi problemi.

In primo luogo un alleggerimento del patto di stabilità ellenico potrebbe alimentare la sfiducia dei mercati, generando ulteriore speculazione al ribasso su tutte le piazze del continente. In secondo luogo, una scelta simile costituirebbe un precedente che potrebbe essere invocato anche da Lisbona e Dublino per giustificare il ricorso al voto referendario. La credibilità dell’Europa verrebbe improvvisamente meno e il terremoto dei mercati travolgerebbe tutti quanti: prima la Spagna e l’Italia, poi, forse, anche la Francia, il Paese in assoluto più esposto ai debiti di Atene. E’ presto per parlare di scenari apocalittici, ma preoccuparsi è più che lecito. Visto che ora, prima ancora che per le mani della Bce, del G20, della Cina o del Fmi, i destini dell’Europa sembrano destinati a passare attraverso il voto dei cittadini greci. Il 60 per cento dei quali, dice un sondaggio citato oggi dal quotidiano Ekathimerini, considera oggi il piano europeo sostanzialmente “negativo”.

aggiornato da Redazione web il 2 novembre 2011 alle ore 12.18