Il patron di Esselunga Bernardo Caprotti

La guerra del carrello a mezzo stampa segna una sconfitta pesante per il patron dei supermercati Esselunga. Il Tribunale di Milano ha condannato Bernardo Caprotti per la pubblicazione del libro  Falce e carrello, con cui accusava le “coop rosse” di utilizzare i legami con la politica locale per tagliare fuori i concorrenti e di approfittare del loro monopolio per tenere alti i prezzi a danno dei consumatori. Per i giudici è tutto il contrario: Caprotti attraverso quella pubblicazione  ha commesso “un’illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia”.

La sentenza impone il pagamento di una multa di 300mila euro, unitamente all’obbligo di ritirare il phamplet dal mercato con divieto di futura ristampa. La somma è irrisoria a fronte di una richiesta iniziale di 40 milioni, una goccia nel mare dei profitti (300 milioni) ma tuttavia segna un duro colpo per l’immagine di Esselunga. Coop Italia aveva chiesto addirittura di imporre l’affissione di copia della sentenza alle casse dei 132 punti vendita di Caprotti ma il giudice Patrizio Gattari ha ritenuto la misura eccessiva. Oltre a Caprotti e a Esselunga spa che ha distribuito il libro nei punti vendita, risultano condannati anche l’economista Geminello Alvi che ne ha curato la prefazione, il giornalista Stefano Filippi coautore e la casa editrice Marsilio.

Esultano, ovviamente, le Coop che dal 2007, anno di pubblicazione del libro, hanno risposto per via legale capitolo per capitolo. Vincenzo Tassinari, presidente Consiglio di Gestione di Coop Italia commenta: “E’ stata ristabilita la verità su Coop e su tutto il movimento cooperativo che sono stati oggetto di una campagna violenta e denigratoria da parte di Caprotti. La sentenza lo dice chiaramente: quella del libro è stata un’operazione denigratoria volta a danneggiare un concorrente con mezzi non leciti”.

Falce e carrello è uscito a settembre di quattro anni fa con l’obiettivo di denunciare come la politica, attraverso il “braccio armato” delle cooperative della Lega, fosse riuscita a mettere le mani  sulla spesa degli italiani. Caprotti, allora 81enne presidente e socio fondatore della prima catena di supermercati del Paese, sosteneva che l’alleanza tra partiti e distribuzione cooperativa finisse per penalizzare la concorrenza e stabilire un regime di monopolio che consentiva alle coop di tenere i prezzi artificiosamente alti, penalizzando il consumatore impotente.

Lo scontro si sarebbe consumato sul suolo dell’edilizia immobiliare per l’apertura degli store che amministratori locali in quota alla sinistra avrebbero ostacolato sistematicamente per frenare l’avanzata al centro dell’impresa milanese. Un attacco al cuore del sistema cooperativo, con tanto di aneddoti e ricostruzioni circoscritte poi a tre grandi soggetti che hanno instaurato altrettanti contenziosi nei rispettivi tribunali.

Quella di oggi per Coop Italia è solo l’ultima delle sentenze. Sempre il Tribunale civile di Milano ha dovuto definire i contenziosi sollevati da Coop Adriatica, Coop Liguria e Coop Estense. L’ultima è stata definita ad aprile e scagiona Caprotti, quella ligure un anno prima aveva rigettato le accuse ma condannato Esselunga a pagare 50mila euro per aver mosso critiche ai propri concorrenti. Identico l’impianto della sentenza di oggi su Coop Italia: “decade l’accusa di diffamazione per la ricorrenza della scriminante dell’esercizio del diritto di critica mentre le domande avversarie sulla concorrenza sleale sono invece fondate”.

La guerra del carrello, che dallo scaffale passa in libreria e poi in Tribunale, si trascina da mezzo secolo.  Nel 1957 il nome di Caprotti compare tra le ricche famiglie milanesi che seguono il magnate americano Rockefeller nel tentativo di portare anche in Italia l’impresa distributiva moderna su base padronale. Il modello del “Superstore” (poi Esselunga) attecchisce nelle grandi città densamente popolate del Nord ma non scende sotto il Po, dove già all’epoca operava il sistema alternativo dell’impresa cooperativa con 6mila aziende attive su tutto il territorio. La guerra inizia lì. E l’ostilità cresce di pari passo con i numeri: le Coop oggi contano 56mila dipendenti, 7 milioni di soci e un fatturato di 13 miliardi. Esselunga fattura 300 milioni l’anno e ha 132 punti vendita. Dopo un breve passaggio di mano al figlio, Caprotti torna in sella e ad 81 anni decide di togliersi i sassi dalle scarpe e gettarli come un macigno nel lago della concorrenza. Scrive “Falce e carrello” che viene distribuito in 500mila copie attraverso la rete capillare dei punti vendita Esselunga.

La società non commenta la condanna ma persone vicine al patron fanno sapere che il ricorso in appello è scontato. La guerra del carrello continuerà nelle aule di tribunale e sui giornali. Il giudice condanna infatti Caprotti a pubblicare entro 60 giorni sui quotidiani nazionali il dispositivo della sentenza (“con caratteri doppi rispetto al normale e in grassetto”). Ma probabilmente lo stesso Caprotti, come in passato, comprerà pagine del Corriere della Sera per rispondere, colpo su colpo, alle contestazioni delle cooperative. Il Corriere potrebbe anche prestarsi alla campagna, anche perché il direttore di oggi in via Solferino, Ferruccio De Bortoli, sedeva accanto a Caprotti nella conferenza stampa di presentazione del libro-denuncia. Così la guerra del carrello andrà avanti. Ricominciando dai giornali.