Ancora persecuzioni dei dissidenti in Arabia Saudita. Lunedì scorso il giudice Abd al-Majid al-Shuwaihi di Jeddah, la seconda città del paese, ha accusato ufficialmente il famoso avvocato e attivista per i diritti umani Walid Sami Abu al-Khair di “offendere la magistratura, comunicare con agenzie straniere, chiedere la monarchia parlamentare, prendere parte a programmi sui media per mettere in cattiva luce la reputazione della nazione, incitare l’opinione pubblica a sovvertire l’ordine pubblico”. Accuse gravissime in un paese governato da una monarchia assoluta.

Immediata la risposta di Human Rights Watch, che ha richiesto che le accuse vengano fatte cadere per “l’evidente motivazione politica” e perché violano i diritti fondamentali di Abu al-Khair, protetti dalla legge internazionale. Sin dal 2009 in difesa di Abu al-Khair si è mobilitata anche Frontline, un’organizzazione irlandese che protegge gli attivisti per i diritti umani che agiscono con metodi non violenti.

Abu al-Khair è noto per aver difeso Abd al-Rahman al-Shumairi, uno dei cosiddetti “riformisti di Jeddah”, il gruppo di 16 avvocati, professori e attivisti politici gettati in prigione senza accuse formali nel 2007. Sono stati processati agli inizi del maggio 2011 con l’accusa di sedizione e attentato alla sicurezza nazionale ma il procedimento non si è ancora concluso. Il gruppo era stato arrestato dopo che si era riunito per discutere di riforme e i partecipanti erano stati interrogati segretamente senza che fosse presente il loro avvocato, una pratica che va contro lo procedura legale.

Il 22 giugno 2009 Abu al-Khair ha fatto causa alla Jihaz al-Mabahith al-‘Amma (detta Mabahith), la polizia segreta del ministero degli Interni, per la detenzione abusiva di Abdul-Rahman Al-Shumairi, gettato per 30 mesi in cella d’isolamento. Dopo una settimana qualcuno dal ministero degli Interni ha chiamato il fratello di Abu al-Khair, minacciando di gettarlo in prigione se non avesse smesso l’attività in difesa del suo cliente.

L’avvocato Abu al-Khair disturba molto le autorità del Paese, governato da una monarchia assoluta che non ammette dissidenza capeggiata dal re Abdullah bin Abdulaziz Al Saud. Nel 2005 Abdullah è successo al trono dopo la morte del fratellastro con il titolo di “Custode delle due sacre moschee”, un preciso riferimento alla sua responsabilità verso le due città sante dell’Islam, la Mecca, capitale della provincia occidentale di Makkah, lungo il mar Rosso, e Medina, nella provincia di al Madinah, a nord di Makkah. Il governo basa la sua legittimità sulla Shari’a, la legge islamica, e la Basic Law, riconosciuta con un decreto reale nel 1992. Non esiste una Costituzione scritta e la legge è quella stabilita dal Corano, la Shari’a e la Sunna, cioè la “tradizione”, gli atti e i detti di Maometto, con l’indispensabile interpretazione delle sacre scritture da parte degli ulema, gli studiosi di diritto islamico che rappresentano l’establishment religioso. Il re riunisce in sé il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo e i suoi decreti formano la base della legislazione. Le punizioni prevedono la pena capitale per reati quali l’omicidio, lo stupro, l’abuso ripetuto di droghe, la rapina a mano armata, l’apostasia, l’adulterio, la magia e la stregoneria; l’amputazione delle mani e dei piedi per il furto; e la fustigazione per reati minori quali l’ubriachezza e il comportamento sessuale deviato (all’interno dei rapporti sanciti dal matrimonio). Particolarmente grave la situazione dei diritti umani delle donne, alle quali è stata negata la possibilità di votare anche nelle elezioni amministrative che si terranno il 22 settembre 2011. Le donne devono avere il permesso del loro guardiano ufficiale, il mahram, per tutte le questioni concernenti il matrimonio, i viaggi e il lavoro.

In seguito alle proteste cominciate a marzo, agli inizi di agosto il re ha emanato la bozza di una legge antiterrorismo, contro la quale si è subito pronunciata Human Rights Watch. Il 25 luglio scorso il sito Internet di Amnesty International è stato bloccato dopo le critiche alla proposta di legge.

Nel 2010 Abu al-Khair ha inoltrato al re una petizione per il rilascio di Samar Badawi, una donna divorziata di 29 anni imprigionata dopo che suo padre le aveva fatto causa accusandola di disobbedienza. Nel febbraio 2011 Abu al-Khair ha firmato due petizioni per chiedere al re un parlamento eletto con pieni poteri legislativi, la separazione dei poteri fra re e primo ministro, l’elezione di corpi decisionali a livello locale, provinciale e nazionale e il rilascio dei prigionieri politici.

Quando non gli è stato permesso di fondare una organizzazione per i diritti umani, Abu al-Khair ha creato il sito online Monitor per i diritti umani in Arabia Saudita. Quando si è rifiutato di chiuderlo è stato minacciato. Il sito è stato bloccato e lui ha aperto una pagina su Facebook, che usa per pubblicare notizie e aggiornamenti sulle vittime di abusi governativi. Christoph Wilcke, ricercatore per Human Rights Watch, ha dichiarato che “accusare l’avvocato per il suo impegno nella protesta pacifica mostra il disprezzo dell’Arabia Saudita verso i diritti basilari e le libertà”.