SONDRIO – Una regione alpina autonoma tra Sondrio e i Grigioni. Questa la sintesi del dibattito transfrontaliero che si è scatenato dopo il varo della manovra fiscale, lo scorso 13 agosto. Allora il presidente della provincia di Sondrio, il leghista Massimo Sertori, aveva risposto con una provocazione alla prospettiva della cancellazione del suo ente, ventilando l’ipotesi di promuovere un referendum per chiedere ai valtellinesi di decidere se essere annessi al Canton Grigioni, in Svizzera.

La patria del ministro Tremonti è poi stata salvata per il rotto della cuffia dalla mannaia della manovra fiscale: Sondrio conta infatti molti meno dei 300mila abitanti richiesti per tenere in vita l’ente, ma soddisfa il criterio dell’estensione territoriale superando i 3 mila chilometri quadrati di superficie. Poco importa ai fini della provocazione politica se il pericolo cancellazione sia stato archiviato nel tempo di un caffè. Per far scattare la scintilla nella testa dell’amministratore leghista è stato sufficiente mettere in discussione l’esistenza della provincia montana, anche se solo per qualche ora. Fin qui la boutade.

Ma nei giorni successivi la proposta di Sertori è stata presa seriamente in considerazione oltreconfine, dove l’idea di creare un’unica grande regione che unisca Valtellina, Valchiavenna, Valposchiavo e val Bregaglia, non è stata accolta con l’indifferenza che ci si aspettava. Anzi, nelle scorse ore la provocazione di Sertori è stata avallata anche dal suo omologo della Valposchiavo, Cassiano Luminati. Il politico grigionese ha infatti dichiarato ai media locali di seguire “con molta attenzione il dibattito in Italia sul futuro degli enti locali, molto simile a quello in corso in Svizzera dove si sta ragionando se unire la Valposchiavo con la Val Bregaglia e l’Alta Engadina”. E poi è sceso nel dettaglio: “Il dibattito in corso in Italia – ha detto Luminati alla Provincia di Sondrio – non riguarda soltanto il vostro Paese. Anche in Svizzera il tema degli accorpamenti fra Comuni e Regioni è di stretta attualità, anche se da noi sarebbe impossibile un’imposizione dall’alto da parte del Cantone. Se la Provincia di Sondrio dovesse sparire anche per noi ci sarebbero cambiamenti notevoli, a cominciare dai rapporti fra le istituzioni. Se di punto in bianco la Provincia venisse cancellata per noi vorrebbe dire ricominciare da zero, perché cambierebbero gli interlocutori e soprattutto si sposterebbe il baricentro, che non sarebbe più Sondrio ma Lecco, Como o Brescia”.

Sull’effettiva fattibilità della proposta di Sertori, il politico svizzero è stato molto cauto, ma ha anche aperto ad una potenziale terza via, forse più ambiziosa di quella partorita sul versante italiano. La soluzione passerebbe dalla creazione di una regione autonoma. “Visto che non si parla più di un’Europa di Stati ma delle Regioni – si chiede Luminati – perché non creare un’entità autonoma con la Valposchiavo, la Val Bregaglia, la Valtellina e la Valchiavenna? È chiaro che bisognerebbe valutare in che termini farlo, ma il dibattito è attuale e coinvolge tutti gli Stati in maniera trasversale. Inoltre parliamo di Valli che appartengono a Stati diversi ma hanno in comune gli interessi, la storia e l’economia. È una provocazione che però si inserisce appieno nell’agenda politica attuale degli Stati e dell’Europa”.

Puntualmente sul confine con la Confederazione Elvetica parte la proposta di staccare un pezzo d’Italia e annetterla al ricco staterello alpino di cui in molti subiscono il fascino, soprattutto tra i politici del Carroccio. Quest’anno è toccato a Massimo Sertori lanciare l’idea. Ma non è sempre la politica nostrana a fare il primo passo. A giugno dello scorso anno era stato il consigliere nazionale dell’Udc svizzera, Dominique Baetting, ad avanzare l’ipotesi di aprire le porte della Confederazione alle provincie di Varese, Como, Aosta, Bolzano e altri territori confinanti come l’Alsazia e il Baden Wuttenberg. La proposta era stata presentata ufficialmente e, altrettanto ufficialmente, era stata bocciata dal governo svizzero. Allora, come anche in precedenti occasioni, gli amministratori localli leghisti si erano detti certi che un eventuale referendum in questo senso avrebbe avuto un esito plebiscitario a favore della dipartita dall’Italia.