Aboliamo la Provincia di Bologna. O meglio: in un paio di anni, cancelliamola proprio. Questo il mantra comunicativo che il sindaco di Bologna Virginio Merola sta ripetendo all’infinito da almeno un mese di fronte ai tagli del governo agli enti locali, nell’affannoso tentativo di ridurre gli onerosi costi della politica.

Peccato che la bacchetta magica non sia giuridicamente e costituzionalmente in dotazione al sindaco della città capoluogo per far scomparire la provincia di riferimento a cui, teoricamente, sottostare. Fermo restando che Merola in campagna elettorale non aveva mai paventato questa ipotesi di cancellazione, e che al comune di Bologna nell’immediato ben poco cambierebbe dalla sparizione del carrozzone di Palazzo Malvezzi, questa caccia all’ente inutile pare aver generato parecchi equivoci dal punto di vista formale sia a livello locale che a livello nazionale.

Giulio Santagata, modenese di Zocca, ex ministro dell’Attuazione del Programma nel secondo governo Prodi dal 2006 al 2008, autore di una riforma in materia di riduzione dei costi della politica nel 2007, tenta di far spostare il ragionamento dall’ambito della propaganda a quello della fattibilità: “occorre una premessa generale che va incontro ad una protesta logica che spesso prende i toni eccessivi dell’antipolitica: i vari livelli istituzionali andrebbero aggiornati e rimessi in funzione in base alle dimensioni e alla complessità dei problemi sorti negli ultimi vent’anni in Italia. Voglio dire: possiamo riformare lo stato italiano dalle circoscrizioni fino alle funzioni del bicameralismo, ma dobbiamo stare attenti a non cadere nella semplificazione gratuita”.

Intanto partiamo dal linguaggio che va per la maggiore. Ha senso per lei parlare di “abolizione” delle Province?

“Abolizione è una parola che a mio avviso non funziona. Semmai può nascere un processo di ridisegno amministrativo-costituzionale, a cui io sono abbastanza favorevole. Le Province, insomma, si possono superare, ma non abolire”.

Merola per l’area di Bologna ha riutilizzato la vecchia idea di “città metropolitana”, la trova d’accordo?

“Lo trovo un disegno sorpassato. L’idea era nata quando l’Italia aveva una struttura urbana differente da quella odierna. Oggi non è più la dimensione di una città o di una zona popolosa a definire il suo ruolo urbano nella competitività tra territori. In Francia, Tolosa è una città dalle piccole dimensioni, ma è un grande distretto industriale. Ecco, diciamo che un ente intermedio come la Provincia può essere ridisegnato con nuovi concetti chiave, a prescindere dal vecchio progetto di “città metropolitana”.

Quale potrebbe essere un problema della “città metropolitana”?

“Prendiamo la Provincia di Bologna, tra le diverse aree amministrative di cui si occupa ci sono le scuole superiori. Se tiriamo una riga sopra la provincia, tiriamo una riga sopra la scuole superiori. Ci vuole qualcuno che le gestisca. Nel caso della proposta fatta da Merola mi chiedo cosa direbbe un sindaco di una piccola città lontana chilometri dal capoluogo quando dovrà partecipare alle spese di gestione degli edifici di una scuola di Bologna. Il problema è più complesso di quello che si crede e non lo si risolve con la cancellazione tout court dell’ente in questione”.

Soluzioni?

“Razionalizzazione degli enti intermedi, con particolare riguardo agli sprechi e demandare ad ogni singola Regione la formulazione di una proposta in materia. Nel 2007 quand’ero ministro approvai una riforma di razionalizzazione degli enti pubblici che trasformò drasticamente le comunità montane e che grazie a diverse voci di contenimento di spesa ci permetteva come stato italiano di risparmiare oltre 500milioni di euro”.

In Emilia Romagna questo passaggio verso una robusta trasformazione delle Province potrebbe avvenire con una tempistica frettolosa come vorrebbe Merola?

“Una volta in Italia, dentro ai partiti c’era un’omogeneità che faceva quasi paura. Oggi una volta presa una decisione di voto il partito dovrebbe muoversi su quella linea, ma spesso non è così. Diciamo che il Pd si è lasciato sfuggire l’occasione di votare non tanto in Regione, quanto direttamente in Parlamento, lo scorso tre luglio, la proposta di soppressione dell’ente provincia formulata dall’Idv astenendosi insieme a diversi parlamentari del Pdl. Quello era un buon punto di partenza per poi arrivare a possibili cambiamenti del titolo quinto della Costituzione. Ma come riportano le cronache, questo non è deliberatamente avvenuto”.