Venerdì di sangue in Siria, il 24esimo consecutivo di proteste: migliaia di manifestanti sono scesi in piazza contro il governo in varie città del paese, da Damasco a Dayr az-Zor, per chiedere le dimissioni del presidente Bashar al-Assad. Secondo gli attivisti, almeno 22 persone hanno perso la vita negli scontri con le forze di sicurezza.

Da Bruxelles i rappresentanti dell’Ue si sono accordati per il varo di nuove sanzioni: si attende che i 27 trovino l’accordo per imporre misure restrittive all’importazione di petrolio siriano. Damasco esporta infatti oltre il 90 per cento delle sue risorse energetiche verso i mercati europei. Proprio oggi Catherine Ashton, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha annunciato l’aggiunta di altri 20 nomi di persone e società che saranno soggette alle sanzioni.

Dovrebbe invece arrivare domani, nella capitale, la missione Onu incaricata di “accertare i fatti” e valutare la situazione in Siria dopo cinque mesi di violentissima repressione contro i manifestanti, costata almeno 1700 morti, un numero imprecisato di feriti e almeno diecimila arresti, secondo i gruppi contrari al regime del presidente Bashar Assad.

Alla fine di una intensa giornata diplomatica, ieri, quando in Italia era già notte fonda, Valerie Amos, capo degli Humanitarian Affairs dell’Onu, ha detto di aver ottenuto dal governo siriano garanzie di “pieno e libero accesso” per la missione, che sarà organizzata dall’Ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni unite (Ocha). “Ci concentreremo soprattutto sulle zone dove ci sono stati combattimenti – ha detto Amos – E abbiamo avuto garanzie per un pieno accesso”. Il via libera siriano alla missione internazionale è arrivato dopo la telefonata tra il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e il presidente siriano, avvenuta mercoledì, ma soprattutto dopo le durissime dichiarazioni di giovedì che dalla Casa Bianca al Palazzo di vetro passando per l’Unione Europea hanno aumentato ancora di più l’isolamento internazionale di Damasco.

“C’è già un fatto da accertare – ha detto nel suo intervento l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar Jafa’ari – Che le operazioni militari sono terminate”. In realtà non è chiaro se sia davvero così. L’emittente panaraba Al Jazeera riferisce di operazioni ancora in corso in diverse aree del Paese, ma non con i movimenti di truppe e carri armati che si sono visti nelle settimane scorse. L’ambasciatore Jafa’ari ha anche denunciato le “illegittime strategie” contro la Siria, il cui esito finale sarebbe addirittura l’invasione. “Tutte le guerre e le invasioni condotte su mandato del Consiglio di sicurezza – ha attaccato Jafa’ari – erano basate su menzogne”.

Nonostante lo spiraglio aperto dalla missione Onu accettata dal regime, la pressione internazionale non sembra destinata a diminuire. Navi Pillay, che all’Onu guida il Consiglio per i diritti umani, ha chiesto di deferire la Siria al Tribunale Penale Internazionale, perché “è molto probabile che siano stati commessi crimini contro l’umanità”.

Le accuse di Pillay sono basate su un rapporto di 22 pagine curato da un team investigativo dell’Onu che ha raccolto diverse testimonianze sulla repressione. Gli investigatori non hanno potuto andare in Siria e si sono basati su testimonianze raccolte per telefono o dai profughi che hanno lasciato il Paese verso Turchia e Libano. Il dossier conclude che c’è stato un “modello” di violazioni dei diritti umani che “costituiscono un ampio e diffuso attacco alla popolazione civile, che potrebbe configurare dei crimini contro l’umanità”.

Pillay ha aggiunto che, nonostante la sua richiesta, “un’eventuale azione non è probabile”. Un’allusione alle divergenze che ancora esistono nel Consiglio di sicurezza, dove la linea dura proposta dagli Usa e dai paesi europei non riesce ad avere ragione della posizione, decisamente più cauta, di Cina, Brasile, India e Russia.

Mosca è infatti contraria all’uscita di scena di Assad, vuole dargli il tempo di attuare il processo di riforme che è stato annunciato. Di parere contrario il presidente americano Barack Obama. La Casa Bianca non si è limitata alle dichiarazioni: i beni siriani all’estero sono stati congelati; alle imprese statunitensi è stato proibito di avere relazioni commerciali con il paese mediorientale e le importazioni di petrolio sono bloccate. Inoltre sono stati congelati beni e conti di 32 persone legate al regime, compreso il presidente Assad e suo fratello Maher, oltre ad alcuni esponenti iraniani, accusati di aver materialmente sostenuto la repressione. Le sanzioni Usa sono più ampie di quelle finora decise dall’Europa, che potrebbe anche essere indotta a un ulteriore giro di vite, in particolare sull’industria petrolifera che finora è rimasta fuori dalle misure di pressione economica contro il regime. In attesa di vedere se oggi, venerdì di Ramadan, sarà un altro giorno di preghiera, protesta e sangue come avviene ormai da cinque mesi.

Joseph Zarlingo

aggiornato dalla redazione alle 20:12