pazzo e pazzo
vignetta di Mauro Biani

OSLO. Il patrocinio di Anders Breivik poteva assumerlo solo lui: Geir Lippestad, l’unico avvocato della Norvegia che non aveva staccato il telefono. Noto come la pecora nera del foro di Oslo (la sua sinistra somiglianza con John Malkovich induce i giudici a condannare i suoi assistiti alla pena massima ancora prima di sentire l’arringa), Lippestad dovrà difendere il fanatico che ha trucidato 76 persone. Sfida che trova impreparata l’avvocatura in un Paese dove gli omicidi sono così insoliti che in libreria i gialli stanno nello scaffale Fantascienza, ma che registra il record dei suicidi. Fra le cause, la scarsità della popolazione (in certe regioni bisogna fare 300 km per trovare una vittima) e il senso civico degli aspiranti killer, che assassinando se stessi, evitano allo Stato spese per indagini, processo e mantenimento in carcere del reo.

Ricevuto lo scabroso incarico, Lippestad ha reagito con pacatezza: «La legge riconosce anche a Breivik il diritto a essere difeso in tribunale. Posso strozzarlo quando usciamo». Poi si è chiuso nel suo studio con grossi quantitativi di Lsd (necessari per immaginare qualche elemento a discolpa del macellaio razzista) e ha contattato i massimi esperti nella difesa di grossi pezzi di merda, dagli avvocati di Radko Mladic a quelli di Pietro Pacciani. Questi gli avrebbero suggerito di sostenere che Breivik intendeva solo promuovere il turismo alberghiero: «Voleva sloggiare i giovani dalle tende per convincerli a trasferirsi in hotel. Il mostro di Firenze ci riuscì: alla fine degli anni ’80 non si trovava una doppia fino a Pisa». Secondo i legali del boia di Srebrenica, Lippestad deve insistere sull’infermità mentale: «Il fatto che Mario Borghezio sia d’accordo con entrambi i nostri assistiti è la prova schiacciante che sono due pazzi forsennati». Ma arriva da Niccolò Ghedini, legale di Silvio Berlusconi, il cavillo che potrebbe ridurre a pochi mesi la pena per Breivik: «Ha ammesso la paternità della strage, e in Norvegia congedo per i padri dura al massimo un anno».

di Lia Celi

da Il Misfatto, inserto satirico de il Fatto quotidiano, domenica 31 luglio 2011