Venerdì scorso i vertici militari turchi si sono dimessi in massa. E oggi ad Ankara è iniziata la riunione del Consiglio supremo di difesa (Yaş), in cui sono presenti anche i massimi vertici civili. Da qui nei prossimi giorni usciranno i nomi di chi andrà a ricoprire i posti vacanti. E, secondo molti, il governo non si lascerà sfuggire l’occasione di stabilire il proprio controllo, cercando di imporre persone di propria fiducia nei posti chiave. Dopo che se ne sono andati, in rapida sequenza, il capo di stato maggiore Işık Koşaner e i comandanti dell’esercito, dell’aviazione e della marina – questi ultimi, a dire il vero, col mandato in scadenza a fine agosto. Koşaner ha esplicitamente ragguagliato sui motivi del suo gesto: le inchieste che vedono coinvolti alti ufficiali per attività sovversive – i casi Ergenekon e Balyoz, con circa 250 militari in servizio attivo o in pensione preventivamente incarcerati – e la sua impossibilità di difenderli in modo adeguato da accuse che ritiene infondate e da una campagna di stampa che ha definito denigratoria.

Già lo scorso anno il presidente Abdullah Gül e il premier Recep Tayyip Erdoğan avevano posto il veto sull’avanzamento di carriera degli ufficiali in prigione. Koşaner – dopo alcuni incontri a tre – si è reso conto che le sue proposte sarebbero state respinte anche stavolta. Il suo è quindi un gesto di debolezza: l’ennesima prova di come il governo dell’Akp al potere dal 2002 e la magistratura siano riusciti a circoscrivere e neutralizzare il ruolo tutto politico dei militari. Che per ben quattro volte – nel 1960, 1971, 1980, 1997 – sono intervenuti con colpi di stato armati o, nel caso dell’ultimo, solo minacciati per sovvertire l’esito di elezioni democratiche e per imporre le proprie scelte. Che hanno costantemente creato situazioni di crisi e amplificato paure – dei partiti islamici, delle sinistre marxiste, dei curdi – nell’opinione pubblica. E che si sono opposti all’Akp con campagne intimidatorie e con la preparazione di ulteriori golpe, che ancora nel 2007 hanno tentato di impedire la nomina di Gül alla massima carica dello stato attraverso un “avviso di intervento” dell’allora capo delle Forze armate turche (Tsk) Yaşar Büyükanıt pubblicato direttamente su Internet. Nel 2011, la via anti-democratica non sembra più praticabile: e anzi, grazie alle riforme costituzionali approvate col referendum del 12 settembre dello scorso anno, la magistratura ha finalmente potuto aprire un’inchiesta sul generale e poi presidente Kenan Evren, l’animatore del golpe del 1980 che portò ad arresti e torture di massa e a qualche esecuzione di oppositori politici. Un provvedimento concretamente innocuo visto che Evren ha 94 anni, ma simbolicamente dirompente.

Soprattutto, le dimissioni del 29 luglio si sono dimostrate un’arma spuntata e solo rumorosa. La catena di comando è stata infatti ristabilita nel giro di poche ore con la nomina a comandante dell’esercito e poi a capo di stato maggiore di Necdet Özel, fino a venerdì comandante della gendarmeria. Il quale comunque era già stato scelto per la prima carica che automaticamente avrebbe portato nel 2013 alla seconda e non è mai stato coinvolto in attività di natura politica, contraddistinguendosi per un approccio morbido nelle azioni anti-terrorismo nel sud-est curdo di cui è stato responsabile.

In un messaggio pre-registrato trasmesso in televisione sabato nel quale quindi non ha fatto riferimento all’affaire Koşaner, Erdoğan ha ribadito come nella legislatura iniziata con le elezioni per l’Akp trionfali del 12 giugno la priorità è una nuova costituzione “priva delle vergogne del passato”. Che rimpiazzi quella nata quando – nel 1982 – “la democrazia era sospesa” e venga scritta con “la più larga partecipazione possibile”, anche delle opposizioni e della società civile. Una costituzione che “non esclude ma include”, che “non discrimina ma integra”, che “non opprime ma libera”. Una nuova costituzione che nelle intenzioni dovrà segnare anche formalmente la fine della “tutela militare” sulla democrazia turca, forse attraverso l’esplicita e piena subordinazione – come avviene in tutte le democrazie occidentali – delle forze armate al ministro della Difesa. L’evoluzione più ovvia per un paese che vuole essere normale e moderno, che aspira a entrare a pieno titolo nell’Unione europea.

di Giuseppe Mancini