Ahmed Wali Karzai, fratellastro del presidente Hamid, era considerato uno degli uomini più potenti dell’Afghanistan. Erano quasi le dodici, e nella sua casa di Kandahar era in corso un incontro politico. Senza preavviso, il capo delle sue guardie del corpo, Sardar Mohammad, ha aperto il fuoco contro di lui e lo ha centrato con diversi proiettili di Ak 47 al petto e alla testa. Le altre guardie del corpo sono intervenute e hanno ucciso Mohammad, mentre Karzai veniva portato di corsa in ospedale, dove però è arrivato morto.

Pochi minuti più tardi, con una telefonata all’agenzia di stampa tedesca Deutsche Presse, un portavoce dei talebani Qari Youssuf Ahmadi, ha rivendicato l’azione, dicendo che Mohammad, già guardia del corpo del fratello maggiore del presidente Karzai, era un loro agente in sonno.

Wali Karzai, capo del consiglio provinciale di Kandahar, era già sfuggito ad altri attentati in passato e la sua morte, nella “capitale” meridionale dell’Afghanistan, è considerata un duro colpo per il presidente, che proprio su suo fratello contava per una serie di rapporti legati anche al controverso processo di negoziato con i turbanti neri.

Nato nel 1961, Wali Karzai era una figura tutt’altro che chiara. Di fatto, secondo molti analisti, era il governatore di tutto l’Afghanistan meridionale e più di una volta i media hanno cercato di fare luce sui suoi interessi. Nel 2008, per esempio, il New York Times aveva pubblicato un lungo articolo d’inchiesta in cui si rivelava che la Casa Bianca, il Dipartimento di stato e la Cia avevano ricevuto indicazioni sui legami tra Wali Karzai e le reti del narcotraffico alimentate dall’ingente produzione di oppio afgano.

Molte Ong, internazionali e afgane, lo annoveravano tra quei “signori della guerra” che sono uno degli ostacoli più pesanti sulla pacificazione del paese. Nel 2009, di nuovo il New York Times, invece, aveva rivelato che Wali Karzai era stato per almeno otto anni sul libro paga della Cia e che avrebbe avuto al suo comando anche una piccola ma molto efficace unità paramilitare, impegnata in operazioni “coperte” per conto di Langley. Della sua vita, si sapeva che nel 2001 viveva in una casa messagli a disposizione da un noto trafficante, ma lui ha sempre negato di sapere che il suo ospite fosse coinvolto nel narcotraffico. Nel maggio del 2009, il suo corteo di auto e motociclette era stato attaccato in un’imboscata nella provincia di Nangarhar, ma lui era riuscito a salvarsi. E ancora un anno dopo, secondo il comando Usa, Karzai avrebbe potuto diventare un obiettivo, per le forze internazionali, se i suoi legami con il narcotraffico o con gli insorti fossero stati provati. La prova definitiva, nonostante tutte le inchieste, non è mai arrivata, e alla fine, seppure a malincuore, anche gli Stati Uniti hanno dovuto accettare la sua ingombrante presenza nel panorama politico afgano.

Wali Karzai, era stato eletto nel consiglio provinciale di Kandahar nel 2005, in quanto membro di spicco della tribu Popolazai, una delle principali tra i pashtun, ed era considerato un “campione” dei diritti dei pashtun rispetto al rischio che in Afghanistan comandassero altre componenti nazionali, con migliori rapporti con i governi occidentali. L’ultima accusa mossegli era di aver truccato le ultime elezioni presidenziali afgane, nel 2009, per favorire suo fratello in alcuni distretti chiave dove aveva poco consenso.

Il suo assassinio è di sicuro il colpo politicamente più importante messo a segno dai talebani dall’inizio della transizione, meno di due settimane fa. Ed è anche un segnale evidente della capacità dei guerriglieri di infiltrarsi fino a minacciare e colpire personalità chiave dell’establishment politico afgano.

di Joseph Zarlingo – Lettera 22