Qualcuno lo sussurrava già in occasione dell’ultimo sciopero generale ad Atene: “Forse dovremmo occupare l’Acropoli per farci ascoltare”. Non si è arrivati a tanto, ma lo striscione issato ieri dal Pame, movimento vicino al partito comunista greco, sulle pendici dell’Acropoli si è guadagnato comunque le pagine di tanti giornali.

“People have the power and never surrender. Organize counterattack” recitava la scritta. Quel che basta per capire che i greci per questa crisi del debito non hanno più intenzione di pagare. Per questo a migliaia oggi stanno scendendo in piazza per il quinto sciopero generale dall’inizio dell’anno, 48 ore di mobilitazione indetta dai sindacati del pubblico e del privato per dire no al piano fiscale del governo, che oggi approda in Parlamento. Nel frattempo sono in corso scontri fra manifestanti e forze dell’ordine ad Atene davanti alla sede del Parlamento e del ministero delle Finanze.

Ai cortei del Gsee e dell’Adedy, le due più importanti unioni del Paese, prendono parte tutte le categorie professionali. Per due giorni la Grecia sarà semi paralizzata, dai trasporti ai servizi essenziali, alle banche, alle scuole. Per non parlare delle Università. Decimato anche il personale degli ospedali. Ad Atene l’unica cosa che funziona è la Metro, per permettere alla gente di andare a manifestare.

Ci saranno anche gli indignati di Syntagma, che da un mese ormai presidiano la piazza davanti al Parlamento. Domani tenteranno di cingerlo con una catena umana simbolica. A cercare di impedirglielo ci penseranno le migliaia di agenti in assetto antisommossa, che temono quello che è già accaduto in occasione dell’ultimo sciopero, ovvero un lancio sistematico di oggetti (arance e yogurt perlopiù) ogniqualvolta la macchina di un parlamentare passava per andare verso le camere.

Eppure la partita è più complicata del previsto, sia per i greci, che ormai non hanno più la piena padronanza del loro destino economico, sia per il Governo di George Papandreou, stretto fra le richieste dei creditori internazionali, la contrarietà dell’opposizione e le fronde interne che rischiano di far naufragare il piano fiscale di medio termine. Un mix di privatizzazioni, aumento delle tasse e taglio di impieghi pubblici che la cosiddetta Trojka (Ue, Bce e Fmi) pretende in cambio dello sblocco dei prossimi aiuti. Parliamo di dodici miliardi e mezzo che devono ancora arrivare dal prestito da 110 miliardi del 2010, e di un eventuale nuovo prestito, che si dovrebbe aggirare intorno ai sessanta.

Fra oggi e domani il piano fiscale di medio termine deve ottenere il via libera in parlamento, o si rischia la bancarotta. La maggioranza di Papandroeu però è risicata, 155 deputati su 300; inoltre due uomini del Pasok (il partito di Governo) hanno già detto che voteranno contro, mentre altri due non hanno ancora sciolto le riserve. Insomma , se va male, l’esecutivo si potrebbe trovare con un solo voto di scarto. E a quel punto dovrebbe confidare nella benevolenza dell’opposizione, che però non sembra minimamente intenzionata a fare sconti.

Nelle scorse settimane gli inviti dei leader europei alla prudenza e alla “responsabilità” in Grecia si sono susseguiti senza tregua: il terrore è chiaramente che la crisi del debito si estenda anche ad altri Paesi della zona, con effetti che potrebbero essere catastrofici.

In Grecia di fatto lo sono già. E se il piano passa, forse il Paese (e l’Europa) tirerà il fiato per qualche mese, ma i cittadini, già colpiti da aumento delle imposte, diminuzioni della soglia di esenzione dalle tasse da 12mila a 8mila euro, incremento dell’Iva e del prezzo della benzina, riduzione delle pensioni e delle garanzie sociali, licenziamenti nel pubblico e nel privato, avranno poco di che gioire. Per questo rimangono in piazza e continuano a ripetere che non si può sacrificare un’intera popolazione sull’altare della finanza internazionale.