E’ passato poco più di un mese dall’accordo firmato in Egitto tra Hamas e Fatah e già iniziano ad emergere le divergenze tra le due principali forze politiche palestinesi. Oggetto del contendere è la proposta fatta sabato dal comitato centrale di Fatah, di affidare all’attuale primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Salam Fayyad la guida del futuro governo di unità nazionale. Domenica, Salah al-Bardaweel, uno dei portavoce di Hamas, ha però risposto che «è certo che non accetteremo Fayyad, né come primo ministro né come ministro del governo di unità nazionale». Secondo Hamas, Fayyad – un economista già impegnato alla Banca Mondiale e molto rispettato tra i governi occidentali – sarebbe corresponsabile del sostegno politico che l’Anp ha di fatto dato al blocco israeliano contro la Striscia di Gaza.

I colloqui tra Fatah e Hamas per la composizione del nuovo governo dovrebbero iniziare martedì e Bardaweel, ha avvisato che qualsiasi nomina ministeriale che uno dei due lati potrebbe leggere come una provocazione rischia di far saltare l’accordo, così faticosamente raggiunto dopo quattro anni di scontri interpalestinesi.

Secondo Fatah, però, Fayyad è in grado di mantenere alto l’appoggio internazionale verso la Palestina e di offrire garanzie politiche ai governi occidentali, soprattutto sul piano della credibilità amministrativa e della gestione economica degli aiuti, che tengono in piedi l’economia della Cisgiordania. Secondo l’accordo, sottoscritto all’inizio di maggio, il futuro governo di unità nazionale dovrà essere formato da tecnici, figure indipendenti senza affiliazione formale a una delle principali fazioni palestinesi. Fayyad formalmente ha questi requisiti, ma Hamas lo considera troppo legato a Fatah.

Forse anche per ammorbidire la posizione del movimento islamista palestinese rispetto al nome del primo ministro, il comitato centrale di Fatah ha anche deciso di mettere sotto inchiesta Mohammed Dahlan, un tempo potente capo dei servizi di sicurezza di Fatah nella Striscia di Gaza. Hamas da molto tempo aveva chiesto la sua rimozione e il comitato centrale di Fatah ha accolto la richiesta, annunciando il suo deferimento alla magistratura sulla base di accuse di corruzione e di altri reati. Dietro le quinte, secondo al Jazeera, questa decisione dipende anche dal fatto che Dahlan è entrato da tempo in rotta di collisione con il presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Proprio Mahmoud Abbas, però, durante il fine settimana, a Ramallah, in una riunione dell’internazionale socialista, ha lanciato una tegola su quello che per il momento sembra essere il principale obiettivo politico immediato della leadership palestinese. Ovvero il riconoscimento dello stato di Palestina da parte dell’Assemblea generale dell’Onu nel prossimo mese di settembre.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, Abbas avrebbe detto di preferire il negoziato con Israele alla dichiarazione dell’ONU. A spingere Abbas a cercare il riconoscimento dell’ONU sarebbe il fatto che nessun progresso diplomatico può essere fatto con il governo di Benyamin Netanyahu e con Avigdor Lieberman come ministro degli esteri. Le dichiarazioni di Abbas sono state raccolte da Hilik Bar e Dror Morag, rispettivamente segretario generale del partito laburista israeliano e del Meretz, che hanno partecipato all’incontro. Abbas avrebbe detto di aver aspettato a lungo che il governo israeliano si decidesse a riprendere i colloqui e anzi, di fronte all’inattività di Netanyahu, avrebbe anche cercato un approccio con alcuni membri dell’AIPAC, la potente lobby filoisraeliana negli Stati Uniti, per cercare di spingere Netanyahu a una trattativa.

Sul primo ministro israeliano, peraltro, si starebbero concentrando anche le pressioni della Casa Bianca, che vorrebbe bloccare l’iniziativa palestinese all’ONU attraverso la ripresa dei colloqui, sulla base dello schema di massima annunciato dal presidente Barack Obama nel suo discorso dello scorso 19 maggio. Secondo la stampa israeliana, Isaak Molho, inviato speciale di Netanyahu avrebbe passato l’ultima settimana a Washington a discutere con i funzionari di Obama, che non vedono di buon occhio nemmeno l’iniziativa francese di una nuova conferenza internazionale di pace, da tenere in Europa, a Parigi, entro la fine dell’anno. Per opporsi con successo sia all’iniziativa europea che a quella nell’ONU, la Casa Bianca chiede qualcosa di concreto, ovvero l’avvio di negoziati diretti sulla base dei confini del 1967, con la possibilità di scambi di territori, rinviando a future trattative sia la definizione dello status di Gerusalemme sia la questione del diritto al ritorno dei milioni di profughi palestinesi sparpagliati per tutto il Medio Oriente. Stando alle indiscrezioni diplomatiche riportare sui media israeliani, la chiusura del governo israeliano ha impedito a Obama di ottenere da Francia e Gran Bretagna una chiara presa di posizione contro l’iniziativa palestinese all’ONU. L’unico sostegno esplicito al governo israeliano è arrivato da Roma. Al termine dell’incontro tra Netanyahu e Berlusconi, il premier italiano, reduce da una seconda sonora sconfitta elettorale, ha detto che l’Italia si opporrà al riconoscimento dello stato palestinese. Ammesso e non concesso che a settembre sia ancora Berlusconi a dettare la linea in politica estera.

di Joseph Zarlingo lettera 22

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