Umberto Bossi non ha intenzione di fingere che tutto vada bene, come vorrebbe invece l’alleato Silvio Berlusconi. Anzi, il senatùr è rimasto molto infastidito dalle dichiarazioni di serenità rilasciate da Angelino Alfano lunedì al termine del vertice di Arcore. Quella sera, riunito lo stato maggiore del Carroccio in via Bellerio, Bossi era infuriato. E ha deciso di non lasciar sfuggire il Cavaliere. Il premier lo ha capito con chiarezza ieri, quando Roberto Calderoli ha depositato in Cassazione la proposta di legge per trasferire i ministeri. Un messaggio chiaro a Palazzo Grazioli e una picconata assestata ai già frananti equilibri interni del Pdl. Così, ieri nel pomeriggio, il Cavaliere ha annullato l’ufficio di presidenza posticipandolo di un giorno, ha incontrato uno a uno tutti i colonnelli del partito. Dal capogruppu al Senato Maurizio Gasparri, al neosegretario politico Angelino Alfano, dal coordinatore Sandro Bondi a Gianni Letta. Il sottosegretario Letta ha tentato di mediare con Calderoli per tutto il giorno, perché Bossi era non rintracciabile.

Per poi riuscire a convincere l’ambasciatore leghista a un incontro chiarificatore. Gli uomini del Carroccio hanno accettato solo nel tardo pomeriggio. E così Letta ha aperto la propria residenza romana all’improvvisato vertice notturno. Presenti Berlusconi, Bossi, Tremonti e Calderoli. Tre ore di colloquio fitto, in cui il Capo del Carroccio avrebbe costretto il premier a prendere atto della realtà: il Pdl non è più unito come un tempo e deve prendere in considerazione la possibilità di compiere un passo indietro, l’alleanza con la Lega è a rischio perché sono troppi gli impegni e le promesse non rispettate, Giulio Tremonti sa quello che fa ed è inutile insistere affinché allenti i cordoni della borsa. Ma certo, ha detto ieri Bossi, spetta a loro due “trovare la quadra” e le tasse vanno assolutamente correte. Rivedere le aliquote, in particolare rivolgendo l’attenzione alle piccole e medie imprese, colpite dalla crisi che nella fantomatica Padania ha fatto strage di aziende familiari.

Avrebbe costretto, perché il condizionale è d’obbligo. Il resoconto della serata non è stato fatto dai diretti interessati ma ricostruito attraverso persone con cui avrebbero parlato stamani. Per lo più leghisti preoccupati dall’evolversi della situazione romana, con il 19 giugno che ormai è alle porte e che li vedrà costretti a presentarsi sul Sacro prato di Pontida dove ad attenderli ci sarà la base del Carroccio. E Bossi sa che al suo popolo deve offrire qualcosa. Non basta la raccolta firme per la proposta di legge depositata da Calderoli. Chi conosce e segue da anni il senatùr sa che deciderà all’ultimo momento, quando salirà sul palco, dopo aver tastato il reale stato d’animo della base. Soltanto in quel momento saprà cosa si aspettano da lui per continuare a seguirlo e non perdere il territorio di cui da sempre la Lega ha fatto la propria fortuna.

C’è chi ipotizza addirittura di vederlo compiere un passo indietro dalla guida del partito. Lo dicono sottovoce, spiegando però che così facendo Bossi riuscirebbe a lasciare l’alleato ormai scomodo senza provocare contraccolpi al partito e, soprattutto, costringendo Berlusconi a prendere in considerazione la possibilità di imitarlo, ritrovandosi sostanzialmente escluso dal nuovo asse che si potrebbe venire a creare con Alfano. Già in questi giorni l’interlocutore scelto dal Carroccio è Gianni Letta, non il premier. Ed è stato il sottosegretario, raccontano uomini di via XX Settembre, a insistere e convincere il Cavaliere a non ritenere archiviata la questione Lega. Così ieri sera è andato in scena il secondo incontro. Che è stato preparatorio per il prossimo vertice, già convocato per lunedì prossimo sempre ad Arcore. E Bossi vuole risposte concrete. Per ora si accontenta della rassicurazione, ricevuta ieri, che a villa San Martino ci sarà anche Tremonti e si definirà l’agenda economica.

Berlusconi intanto ha convocato a palazzo Grazioli lo stato maggiore del Pdl per sciogliere i nodi sul tavolo, a cominciare dalla scelta della data del Consiglio nazionale. Alle 13 è arrivato Alfano, poi a seguire i coordinatori, Sandro Bondi e Denis Verdini, e i capigruppo di Camera e Senato, il fidato Letta e Paolo Bonaiuti. Assente Ignazio La Russa, perché impegnato al vertice di Bruxelles con i ministri dei paesi Nato. Un vertice durato due ore, al termine del quale Cicchitto e Gasparri hanno garantito di non aver affrontato né la questione Lega né quella legata al fisco. Ma Letta continua a mediare, con la Lega da una parte e con i malpancismi della maggioranza dall’altra. E l’elenco si aggiorna ora per ora. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, alla guida di una fronda capitolina che invoca un chiarimento da parte del Cavaliere o le dimissioni di Calderoli per “l’affronto” della proposta di legge depositata ieri; Gianfranco Miccichè, che dopo tanto esitare, ha annunciato di lasciare il Pdl e trasformare Forza del Sud “in gruppo autonomo” perché “non si può essere totalmente succubi della Lega”, Claudio Scajola che ancora scalpita in cerca di rassicurazioni e ruoli ed è inutilmente impegnato a corteggiare l’Udc di Casini in vista della verifica parlamentare chiesa da Giorgio Napolitano.

E la poltrona da Guardasigilli che non trova qualcuno disposto ad occuparla, Maurizio Lupi ha detto che non ne vuole sapere, Mariastella Gelmini glissa; gli unici interessati e disponibili sono i leghisti (ancora loro sì) con Roberto Castelli, ma ovviamente a condizione di totale autonomia. E per il Cavalieri giustizia ed autonomia non è un binomio plausibile. Soprattutto se nelle mani di un alleato che scalpita, riottoso ad allinearsi alla pretesa compattezza, desideroso di smarcarsi e riprendersi la propria libertà di manovra. Per adesso nulla è ancora deciso. Si discute. Ma la certezza è che questa volta Bossi non mollerà facilmente. Perché sa bene che sul Sacro Prato di Pontida o si porta o si lascia qualcosa. Se necessario anche un alleato.