Se in città l’aria è piena di smog, in campagna a preoccupare è lo stato di salute del suolo. Per accorgersene basta sfogliare la nuova edizione dell’Annuario dei dati ambientali dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Nel nostro Paese, infatti, da un lato l’inquinamento atmosferico (polveri, ozono e biossido d’azoto) causa problemi di salute in molti, dall’altro è in aumento il rischio frane.

Secondo l’Ispra, nel 2009 il 45 per cento delle stazioni di monitoraggio di Pm10 ha superato il valore limite giornaliero. Sono soprattutto le grandi città dell’area padana a registrare i livelli più alti di queste polveri. E’ ormai largamente accertato che l’inquinamento atmosferico influisce in maniera determinante sulle malattie respiratorie e cardiache acute e croniche, specie per i gruppi di popolazione più vulnerabili come i bambini e gli anziani.

Con l’arrivo del caldo poi la situazione si complica. L’inquinamento da ozono, infatti, è un problema tipicamente estivo: le concentrazioni più elevate si registrano nei mesi con le temperature più alte e nelle ore di massimo irraggiamento solare. Durate l’estate scorsa, ad esempio, il limite massimo per la protezione della salute, stabilito dalla normativa, è stato sforato nel 92 per cento delle stazioni. Anche in questo caso i superamenti di maggiore intensità sono nel nord.

A detta degli esperti, la fonte principale di avvelenamento dell’aria sono i trasporti. Un recente studio italiano, riportato da Climascienza, ha scoperto che vivere entro 100 metri da una strada particolarmente trafficata aumenta i rischi per la salute. Realizzata dall’Unità di epidemiologia ambientale polmonare dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa, l’indagine ha rilevato che l’aria inquinata dal traffico, nei maschi, aumenta del 76 per cento la probabilità di avere sibili persistenti, dell’80 per cento di soffrire di bronco-pneumopatia cronico ostruttiva e del 107 per cento di avere una ridotta funzionalità polmonare. Mentre nelle donne si evidenzia un rischio maggiore del 61 per cento di avere dispnea, dell’83 per cento di avere positività ai test allergometrici, del 68 per cento di avere una diagnosi di asma e del 67 per cento di avere attacchi di difficoltà di respiro con sibili.

“Studi scientifici accreditati – dice Giovanni Viegi, direttore dell’Ibim-Cnr di Palermo – hanno rilevato che l’inquinamento atmosferico è correlato a un aumento della mortalità sia per gli effetti sull’apparato respiratorio che cardiovascolare. Da un lato quindi abbiamo un aumento dell’incidenza del cancro alle vie respiratorio, nonché un aumento dei casi di asma, riduzione della funzione respiratoria e irritazione delle vie aree. Dall’altro un aumento del rischio di infarto e aritmie, perché le particelle fini (Pm2.5) e ultrafini riescono a raggiungere gli alveoli e arrivare addirittura nel sangue”.

E se l’aria non sta bene, al suolo non va certo meglio. Il nostro Paese, per via delle sue caratteristiche geologiche e morfologiche, è molto fragile. E questo lo si sa ormai da anni. Le frane sono le calamità che si ripete con maggiore frequenza e, dopo i terremoti, hanno provocato il maggior numero di vittime e di danni a centri abitati, infrastrutture, beni ambientali, storici e culturali.

In Italia sono state censite dall’Ispra e dalle regioni e province autonome oltre 485mila frane che interessano un area di oltre 20.700 chilometri quadrati, pari al 6,9 per cento del territorio nazionale. I comuni italiani franosi sono 5.708, pari al 70,5 per cento del totale. Da novembre del 2009 a ottobre del 2010 sono state censite 63 frane. Tra di esse quella del 19 febbraio 2010 che ha coinvolto il paese di Maierato (Vibo Valentia) e quella dell’11 marzo dello stesso anno a Montaguto (Avellino), considerata il fenomeno attivo più lungo d’Europa. Eppure le politiche di prevenzione rimangono poco incisive.

Mettere ordine nel caos di responsabilità sulla gestione del territorio e fornire mezzi che permettano “ex ante” e non più “ex post” di contrastare il dissesto idrogeologico sono azioni che stanno alla base di un disegno di legge del Pd, che vede come primo firmatario Alfonso Andria ma che ha il sostegno di tutto il gruppo del Senato. Il provvedimento è stato ideato insieme alle organizzazioni dei geologi. “La situazione attuale è drammatica sotto ogni profilo – spiega Gianvito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi, al sito Terrascienza -. Negli ultimi 30 anni ci sono stati 30 morti al mese per il dissesto, e i costi per la ricostruzione sono 10 volte maggiori di quelli per prevenire i danni”.

di Valentina Arcovio