Vendere i gioielli di famiglia per comprarne uno solo da 120 milioni di euro. Un “monumento” che Letizia Moratti vorrebbe indossare come una spilla al petto nel secondo mandato. E’ il piano che il sindaco uscente ha affidato ai tecnici dell’assessorato all’Urbanistica del Comune per realizzare una nuova sede comunale sulle orme del Pirellone Bis voluto da Roberto Formigoni e perfino nella stessa area di Porta Nuova. Anzi, l’intenzione del sindaco è di realizzare in tre anni una nuova struttura, addirittura più alta dei 161 metri che si stagliano da via Restelli, nell’area Gioia-Garibaldi (Leggi il pdf). Una colata di vetro e cemento per 30mila metri quadri in un’area già messa a dura prova dalle ruspe della Regione.

Il piano era stato annunciato nel 2009 come ipotesi di studio. E tale sembrava rimasta, nel silenzio generale. Non è così. Ilfattoquotidiano.it ha rintracciato documenti che attestano la volontà di andare avanti con questo progetto faraonico, in barba alle polemiche su un presunto “partito del cemento” ricollegabile al centrodestra e agli interessi dei grandi costruttori. A rafforzare poi il dubbio sono anche altri documenti. Perché se Formigoni e Moratti hanno fatto tanto per dotare i rispettivi enti di una struttura “all’altezza” di chi li governa, allora Guido Podestà (Pdl) non intende essere da meno. Il presidente della Provincia, fin dallo scorso agosto, ha dato a sua volta ai tecnici dell’ente il mandato per la “valorizzazione” del patrimonio immobiliare, prevedendo la vendita di tre immobili di proprietà in corso di Porta Vittoria, via Petrarca e via Pancrazi (rispettivamente per 55, 27 e 3 milioni di euro). Il ricavato di 85 milioni di euro sarà utilizzato per realizzare l’ennesima nuova “sede unica” per circa 1.100 dipendenti.

In entrambi i casi – quelli di Comune e Provincia, ma la strada fu indicata dalla Regione – la logica che sta alla base dell’operazione immobiliare è quella di concentrare funzioni, uffici e servizi così da generare “risparmi”. Tecnicamente la chiamano tutti “razionalizzazione”. Ma ancora non è chiaro perché per risparmiare soldi dopo e in via del tutto ipotetica tocca spenderne una marea di fondi subito e senza garanzie.

I documenti del Comune, si diceva. Al momento del progetto Nuova Sede esiste uno studio di fattibilità economica, un documento preliminare e una bozza di concorso internazionale di progettazione. Insomma, molto più di un’intenzione come era parso due anni fa. La nuova torre dovrebbe essere l’edificio più alto della città e fornire uffici per minimo di 1.100 e un massimo di 1.600 dipendenti. Dalla bozza si apprende che dei 30mila mq circa 1.400 saranno dedicati ad aule di formazione.

Lo scenario economico è stato analizzato e redatto dalla Direzione logistica del Comune e cerca di realizzare un difficile equilibrio, sempre sul filo di lana, di una coperta decisamente corta in fatto di fondi. Il piano prevede la vendita della storica sede di via Larga per 162,8 milioni, del palazzo di via Pirelli 39 per 1,246 milioni, dello stabile di via S. Tomaso 3 per 18,1 milioni e di via Edolo 19 per altri 5 milioni. In totale l’incasso dalla vendita delle sedi storiche dovrebbe fruttare qualcosa come 187.192 milioni di euro. Accanto a questa voce di entrata il piano prevede il recupero di oneri di urbanizzazione dall’area Garibaldi/Repubblica dal Nuovo palazzo della Regione e dalle Torri Beni Stabili per 24 e 28 milioni, 52 milioni di euro in tutto. Per fare cassa e finanziare la nuova sede del Comune è prevista anche la messa a reddito di una parte sfitta di Galleria Virttorio Emanuele per 1,72 milioni. In pratica si tratta di liberare uffici per 4.700 metri quadri e di metterli in locazione a prezzi di mercato così come per gli stabili di via Pini 1 e via Cenisio 2.

Veniamo ai costi. La Nuova sede del piano Moratti per Milano costerà 120 milioni di euro cui vanno aggiunti 40 milioni per la ristrutturazione dello stabile di via Pirelli 39, il costo delle locazioni passive pari a 33,9 milioni, costi di trasloco per 246mila euro e di arredo per altri 260. In totale Palazzo Marino, per assecondare i piani di Letizia, si accingerebbe a spendere 180 milioni di euro. E per non dire che “mettiamo le mani nelle tasche dei cittadini” intende recuperarli semplicemente sbarazzandosi del vecchio patrimonio. Il disavanzo, circa sette milioni, andrebbe a coprire le spese di gestione. La sostenibilità del piano resta dunque teorica e appesa alla s-vendita del gioiello di famiglia. Basta che l’alienazione di via Larga non riesca (o riesca a un prezzo inferiore a quello stimato) per far traballare d’un colpo 162,8 milioni, cioè l’80 per cento della liquidità necessaria alla nuova sede. I tecnici di Palazzo Marino lo sanno, tanto che hanno disegnato uno scenario B che prevede la costruzione del palazzo senza la vendita dell’anagrafe comunale. In questo caso verrebbero messi sul mercato altri immobili di pregio ma non “strategici” come gli stabili di via Porpora 10 (10,5 milioni), L.go Treves (15,9 mln), via Pirelli 30 (1,2 mln), via Tarvisio 13 (218mila euro) mentre si rinuncerebbe alla realizzazione di spazi aggiuntivi in via Pirelli 39 (prevista nel piano A). Insomma, della rete di immobili di proprietà pubblica così come si sono storicamente strutturati e così come li conosciamo oggi non resterebbe molto

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