Cos’è, oggi, la cultura di destra? La domanda non è poi peregrina. Quando Furio Jesi, nel 1979, compilava il suo Cultura di destra (appena ripubblicato dall’editore Nottetempo, in un’edizione ottimamente curata da Andrea Cavalletti), poteva rispondere indicando un panthéon di scrittori, filosofi e intellettuali di riferimento che avevano declinato questa cultura.

Oggi invece avremmo qualche problema in più. Allora erano vivi e vegeti alcuni valori, gridati ad alta voce e scritti con l’iniziale maiuscola: Tradizione, Cultura, Giustizia, Rivoluzione, Libertà. Come disse lo stesso Jesi in uno dei testi acclusi alla nuova edizione, «una cultura, insomma, fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire». Esser di destra significava poter contare sul passato, sulla sua autorità – che è poi autorità del Padre. Oggi invece pare essersi compiuto l’omicidio rituale di quel padre: al Passato si è sostituito il Futuro. La cultura di destra non è più tradizionale, conservatrice, ma futurista (e perciò futuribile?); all’alveo di numi tutelari non sono stati trovati degni sostituti.

Trent’anni fa la cultura di destra era un passato che tornava a esser presente attraverso processi di elaborazione di mitologie e rituali antichi, spesso indecifrabili o enigmatici, sempre legati a miti fondativi più o meno teologici o escatologici come il Progresso, la Ragione e la Storia. È questo il modello che Jesi chiama la “macchina mitologica” capace di alimentare un’ideologia di destra.

Un modello che ha una sua ricaduta concreta sul reale, rafforzato nella retorica della segretezza della sua fondazione. Non è un caso che, per spiegare questa “macchina ideologica”, Jesi citi un passo di Oswald Spengler tratto dal Tramonto dell’Occidente: «L’unica cosa che permette la saldezza dell’avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue: idee senza parole». Alla sensibilità contemporanea forse dirà poco. Eppure vi è qui espresso un ambizioso e suggestivo sistema di categorie filosofiche della storia che giustificava le sconfitte del passato, le delusioni del presente e le folli speranze – prussofile e poi naziste – dell’avvenire. Non si trattava di folli e rozzi concetti: il Tramonto stava negli scaffali delle librerie di ogni casa per bene.

Qualcuno se ne accorse subito, come Thomas Mann, che in una lettera del 1922 a un’amica chiosa: «Sento che il grande pericolo, il grande fascino di una umanità stanca di relativismo e bramosa di assoluto è l’oscurantismo sotto qualunque forma (successi della Chiesa romana), e io resto fedele ai grandi maestri della Germania, Goethe, e Nietzsche, che seppero essere antiliberali senza fare la minima concessione ad alcun oscurantismo e senza menomare affatto la ragione e la dignità umane. Come vede non ho voltato le spalle a Nietzsche, anche se, certamente, rinuncio ben volentieri alla sua astuta scimmia, il signor Spengler».

Pericolo e fascino, assoluto e oscurantismo: concetti che sono in circolo da oltre un secolo. Sono le “idee senza parole” che hanno alimentato l’ideologia di destra: formulazioni oscure, valori indiscutibili, pensieri profondi che non hanno bisogno di esser capiti perché sono già nel nostro sangue. «Una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile», scrive Jesi.

Questa pappa, questa cultura di destra stereotipata, viaggia però nel Novecento in buona compagnia. A sinistra. Già, è proprio a sinistra che, nella fase storica del post-Sessantotto, si verifica un esercizio di sdoganamento. L’operaio, la figura di Jünger, è ripresa e idolatrata in chiave operaista. Il socialismo di Sorel, il suo combattere a vita (come suona il titolo di un bel libro di Domenico Scalzo dedicato proprio a Sorel, da QuattroVenti), è finalmente la chiamata all’azione. Di più: l’azione per l’azione di certo extraparlamentarismo di sinistra trova una sua formulazione teorica nel concetto del politico di Carl Schmitt. Il filosofo Massimo Cacciari è in prima linea nello sdoganamento. E con lui altri intellettuali di sinistra, che leggono Céline, Drieu La Rochelle ed Ezra Pound (allora intervistato in tv da Pasolini), e poi ancora Heidegger, Julius Evola e altri autori reazionari. In sostanza si assiste a un bizzarro superamento: come se questi intellettuali avessero avvertito l’esigenza culturale di stare più a sinistra del Partito Comunista rivalutando alcuni concetti (libertà, comunità, ecc.) della “Rivoluzione conservatrice”. Alla storia (con la minuscola) di Hegel e Marx, preferiscono il Nulla dei pensatori nichilisti.

Come dice Franz Haas, «mentre le Brigate Rosse, ormai isolate, incutevano ancora terrore nel Paese, Heidegger, insieme a Jünger e Schmitt, aveva già conquistato i cuori dei comunisti pentiti. Superstiti di una rivolta assopita, gli allievi di Lukács discettavano sulla “deiezione del soggetto”. Questo gergo forbito da “Naturmensch” suonava forse all’orecchio dei non tedeschi meno compromesso».

All’interno del Msi in molti s’indignarono, perché non volevano che venisse espropriata una parte del loro patrimonio culturale. Altri accolsero con interesse, e iniziò un dialogo per superare la dicotomia destra-sinistra (fra i dialoganti, Marco Tarchi, Alessandro Campi e Umberto Croppi, contrastati dal loro partito).

Di tutto questo Jesi era cosciente. Al punto da scrivere: «la maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra, è residuo culturale della destra». Forse esagerava. Forse era soltanto la temperie dell’epoca. Ma a leggere gli scritti che allora circolavano, con successo ed entusiasmo, accolti a sinistra come rivoluzionari (basti rileggere Del Noce, Zolla, Severino) ci si accorgerà che parlavano per non dire nulla. E allora come non dar ragione a Jesi quando, alla domanda iniziale di cosa fosse una cultura di destra, rispondeva laconico: «una cultura caratterizzata (in buona o cattiva fede) dal vuoto».

Saturno, Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2011