Prima il video su YouTube, poi la smentita di oggi, sempre affidata a Internet. Ma allora, i rapitori e gli uccisori di Vittorio Utopia Arrigoni si annidano oppure no nella galassia salafita della Striscia di Gaza? E’ probabile che siano loro, a giudicare dalle prime indicazioni che arrivano dalle autorità di Hamas, anche se i nemici di Vik Arrigoni erano veramente tanti. Il suo blog era, di fatto, l’unica finestra aperta da Gaza sulle sofferenze quotidiane della popolazione della Striscia. E questo racconto diffuso sul web gli aveva attirato molti attacchi, di cui il web (Facebook compreso) conserva testimonianza.

Se, dunque, c’è una mano salafita dietro la tragica morte del più famoso pacifista e attivista internazionale a Gaza, perché l’estremismo a destra di Hamas ha deciso di alzare il tiro nello scontro con le autorità al potere nella Striscia da quasi quattro anni? È una domanda alla quale è difficile dare una risposta, perché dire ‘salafita’, a Gaza, significa riferirsi a una galassia complessa e confusa che si sta rafforzando specialmente in questi ultimi anni. Complice, soprattutto, l’isolamento della Striscia, il blocco di Israele e dell’Egitto, che rende quel fazzoletto di terra di quattrocento chilometri quadrati un luogo in cui la radicalizzazione sembra una delle poche vie d’uscita.

Salafiti, dunque, vuol dire in sé poco. La galassia letteralista e radicale a destra di Hamas è un insieme di gruppi di diversa origine, tutti uniti dallo scontento per una politica, quella di Hamas, che considerano perdente. Tutti i gruppi della galassia islamista, per esempio, sono per l’opzione militare, prova ne è la firma che molti dei gruppi hanno messo sotto il lancio di razzi verso Israele. Solisti, per così dire, che non aderiscono alle tregue, ai periodi di calma che di volta in volta Hamas contratta con Israele. Solisti che, in alcuni casi, vengono repressi da Hamas, com’è successo all’inizio di marzo, quando uno dei tanti leader della galassia salafita è stato arrestato per non aver rispettato il cessate il fuoco. Un arresto che ha provocato molto malumore, perché è solo l’ultimo di una lunga catena di repressione, iniziata un anno e mezzo fa. La più importante operazione contro i salafiti, Hamas la condusse infatti nell’agosto del 2009, contro la moschea di Rafah, diventata quartier generale di uno dei gruppi più estremi, che aveva appena deciso la creazione di un piccolo emirato nel sud della Striscia. Risultato dell’operazione: 25 morti, un centinaio di feriti, quasi altrettanti portati in carcere.

Perché i salafiti sposano l’idea dell’opzione militare? Anzitutto, perché l’altra – l’opzione politica – non è riuscita a rompere l’isolamento della Striscia. E non è un caso che molta della militanza salafita, man mano che passa il tempo, sia sempre più composta da delusi di Hamas, dalla Jihad Islamica e anche dai Comitati di Resistenza Popolare. Delusi, e molto giovani. Un potenziale pericolosissimo, per un movimento, come quello di Hamas, in cui la disciplina ha sempre avuto un ruolo importante, anche perché lo Harakat al Muqawwama al Islamiya (Hamas in arabo) resistesse ai tentativi israeliani di scardinarne l’organizzazione. Da quando, invece, Hamas è diventato più governo e meno resistenza, e cioè dal colpo di mano del giugno del 2007 contro Fatah (il partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese) con cui ha preso il controllo completo di Gaza, la crisi di consenso è aumentata. Soprattutto verso le fasce radicali.

E’ dunque innanzitutto l’influenza politica del salafismo a preoccupare Hamas, perché i gruppi che propongono una visione letteralista ed estremamente restrittiva dell’Islam sono ormai dei concorrenti. Che indeboliscono persino l’immagine di Hamas come un movimento che gestisce ‘legge e ordine’.

Da ultimo, la galassia salafita è una spina nel fianco anche sul piano della riconciliazione tra Fatah e Hamas. Un dossier aperto da anni, e che l’Egitto di Hosni Mubarak e del suo capo dell’intelligence Omar Suleiman avevano tenuto a bagnomaria, proprio per indebolire Hamas. Ora le cose al Cairo sono cambiate, e molto. Il dossier è stato riaperto, con altro spirito. I contatti proseguono, e ci sono molti, anche a Gaza, che farebbero di tutto per farlo richiudere in fretta.

di Paola Caridi