Jalalabad, manifestazione domenica 3 aprile 2011
In Afghanistan non si ferma l’ondata di proteste che prendono spunto dal «processo» al Corano inscenato il 21 marzo in Florida dal reverendo Sapp.

Dopo l’attacco al compound Onu di Mazar-e-Sharif, costato la vita a dodici persone, tra guardie, operatori Onu e manifestanti, è stata la volta di Kandahar, la capitale della riottosa provincia di Helmand, nel sud. Mentre a Kabul, ancora sabato mattina, è stato sventato un attacco kamikaze.

A Kandahar migliaia di persone hanno manifestato contro gli Stati Uniti e le forze internazionali. Alcuni negozi sono stati presi d’assalto e saccheggiati e il bilancio finale parla di otto morti e una settantina di feriti, secondo quanto riferiscono ai media afgani fonti della polizia locale. Il governatore della provincia accusa i Talebani: «La manifestazione di Kandahar è stata organizzata dagli insorti, che cercano di trarre vantaggio dalla situazione per creare insicurezza», ha detto Zalmay Ayoubi. Una tesi non del tutto infondata, perché la sensazione che si respira è che in qualche modo gli insorti cerchino di provare a creare una specie di «effetto Tunisi», capitalizzando la rabbia per un gesto assurdo come quello di bruciare il Corano.

Di tutt’altro genere, invece, gli eventi di sabato mattina a Kabul. Era appena iniziato il giorno, quando quattro attentatori suicidi, coperti con il burqa, hanno cercato di avvicinarsi a una base del contingente Nato, sulla Jalalabad road, la strada che porta a sud est, verso Jalalabad e il Pakistan. E’ la strada dove sono concentrate molte caserme delle forze Nato-Isaf, nonché i depositi logistici del contingente internazionale. Una strada dunque sorvegliatissima. L’obiettivo, secondo la polizia afghana, sarebbe stato Camp Phoenix, una base usata dal contingente USA. Due degli attentatori si sono fatti esplodere appena fuori la base, mentre altri due sono stati individuati dai soldati statunitensi e uccisi. Uno solo avrebbe fatto in tempo a sparare qualche raffica contro i soldati, prima di essere colpito. Un civile afgano è rimasto ucciso, secondo la polizia locale, investito da una delle esplosioni.

Dopo l’attacco di Mazar-e-Shairf, intanto, l’ambasciata italiana ha diramato l’allarme: da evitare i bersagli sensibili e tenere presente che nel mirino per eventuali azioni della guerriglia potrebbero esserci operatori delle Ong e giornalisti. Per oggi pomeriggio, alle 17, ora locale, è annunciata una conferenza stampa di Staffan De Mistura, il capo della Missione Onu in Afghanistan (UNAMA).

Nonostante tutto ciò, però, Kabul si gode il primo vero giorno di primavera. Il vento dei giorni giorni scorsi ha pulito il cielo e si vedono le montagne ancora innevate, a nord verso Mazar-e-Sharif e a nord-est. La tensione di Kandahar e la violenza di Mazar, nella capitale lasciano tracce discrete ma evidenti. La stessa Jalalabad road è alla periferia est, lontana dal cuore di Kabul. Nel grande bazar del lungo fiume, gli unici tre occidentali che si aggirano tra negozi di coperte di ottima lana afgana e bancarelle stipate di merci cinesi, vengono chiamati per chiedere una foto ricordo o per mostrare la merce, più che per qualsiasi gesto di stizza o ostilità. La terrazza assolata dell’hotel Pashtunistan, tra l’ennesimo bicchiere di the verde e l’invitante profumo dei kebab cotti alla brace sul marciapiede in basso, offre uno spettacolo magnifico sul via vai della folla nel grande bazar. Dalla sala pranzo dell’hotel, la musica pop afgana si diffonde verso la strada, ma non riesce a coprire i clacson delle macchine e dei taxi.

Un grande dirigibile bianco volteggia silenzioso. Sarebbe bellissimo ma è un «occhio» elettronico, zeppo di telecamere e sensori: mappa in continuazione il territorio della capitale afgana. I computer dell’intelligence analizzano poi le scansioni delle foto aeree, per rilevare ogni minimo cambiamento sul terreno. Un’auto ferma da troppo tempo nello stesso posto, un bidone che ieri non c’era…

Sulle strade che portano al centro e in quelle dove sono concentrati i locali frequentati da occidentali sono aumentati i posti di blocco della polizia afgana. Qualche blindato in più sulle strade principali segnala che la vigilanza è aumentata. Abbastanza da innervosire chi vive nei perimetri dei compound e nelle zone verdi protette dal filo spinato. Non abbastanza da turbare il brulichio della Kabul degli afgani.

di Enzo Mangini Lettera 22