Un incontro interlocutorio, quello di ieri tra il premier e il Capo dello Stato al Quirinale. Silvio Berlusconi, accompagnato da Gianni Letta, ha “prospettato problemi ed esigenze di rafforzamento della compagine governativa”, ha spiegato lo stesso Giorgio Napolitano. Secondo quanto si è appreso vi sarebbe stato un confronto su una serie di proposte, ma Napolitano su un punto è stato fermo: non sarebbe propenso alla nomina di Saverio Romano all’Agricoltura. Soprattutto il presidente ha espresso dubbi sul passato di Romano che è stato assolto dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Napolitano avrebbe paura di andare incontro a un altro caso Brancher. E, indirettamente, il capo dello Stato ha dato una mano ai centristi che, da tempo, dicono a Berlusconi di non fidarsi assolutamente di Romano. Lui che, ieri, all’hotel Nazionale, aveva già rispolverato l’abito scuro e si preparava a salire al Colle e, una volta giurato, avrebbe riunito in albergo i suoi amici e collaboratori per un rinfresco.

Ma qual è il punto vero che ha portato Napolitano a porre un veto sul leader dei Responsabili? Non si tratta del curriculum politico, ma del passato. Il nome di Romano lo fa il pentito Francesco Campanella, pentito di mafia, ex braccio destro di Nino Mandalà e, giovanissimo segretario dei giovani dell’Udeur. Campanella racconta di un pranzo di lavoro alla vigilia delle elezioni del 2001. Uno dei commensali si alza e dice: “Saverio (Romano ndr), tui sei candidato nel collegio di Bagheria dove c’è anche Villabate, ma lo sai che Francesco (Campanella ndr)  non ti vota perché voterà per il centrosinistra?”. E Romano: “Francesco mi vota perché siamo della stessa famiglia”. Lo disse in siciliano e  non si riferiva a vincoli di parentela. E poi: “Scinni a Villabate e t’informi”.

L’assoluzione dovrebbe aver cancellato tutto, in realtà le parole e le circostanze pesano come macigni. E Napolitano sul punto è stato irremovibile. Così il rimpasto è saltato. E anche Giancarlo Galan, pronto al salto in quella palude che è il ministero della Cultura, è rimasto a casa con l’abito scuro nell’armadio.

Così il rimpasto atteso è stato ulteriormente rinviato. In un primo momento il Cavaliere sembrava intenzionato a fare ritocchi della squadra di palazzo Chigi in due tranche, ma poi ci avrebbe ripensato per il pressing dei responsabili ed esigenze di equilibri interni alla sua maggioranza. Il premier, infatti, sarebbe orientato a fare in una sola tornata ministri e sottosegretari per evitare fibrillazioni interne proprio nel pieno del Ruby gate e alla vigilia delle prima udienza del caso Mills. In particolare, al Quirinale, riferiscono fonti della maggioranza, avrebbero ricordato che la legge Bassanini fissa il ‘tettò massimo degli esponenti della squadra di governo e per superare questo limite servono modifiche all’attuale normativa.

Il premier del resto non è salito al Quirinale solo con i nomi dei nuovi ministri ma anche sottoponendo a Napolitano l’esigenza di mettere mano, aumentandolo,  al numero dei sottosegretari e chiedendo anche tre vice ministri. Un intervento, questo, che però necessita della modifica della legge Bassanini che pone un tetto al numero dei componenti del Governo. Al termine dell’incontro con Napolitano, il premier è rientrato a Palazzo Grazioli dove è stato raggiunto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

La possibile nomina a ministro di Romano,  ha spinto Fabio Granata a invitare il premier a un passo indietro. “Non è un bel segnale”, ha detto l’esponente di Fli. “Crediamo alla presunzione d’innocenza ma chi è stato investito da indagini per questioni così gravi non può rappresentare il governo”. Dunque, ha insistito, “si sta partendo con il piede sbagliato. Berlusconi ha un prezzo da pagare per l’allargamento surrettizio della maggioranza e lo sta pagando”.