Diecimila a Bari. Una manifestazione così gremita mancava nella città da tempo. Prevalentemente femminile, il corteo che ha attraversato il centro cittadino ha visto unite donne di varie età e provenienze, ed anche uomini, sebbene in numero minore. Com’è accaduto precedentemente solo in occasione del gay pride 2003, la cittadinanza ha risposto affacciandosi ai balconi e unendosi al corteo in movimento. Molti gli slogan che hanno cercato di legare la questione di genere con le problematiche sociali ed economiche che attraversano il Paese, guardando anche alla politica internazionale: “Né coccodé, né co.co.pro”, “Le donne egiziane ce l’hanno insegnato, il dittatore può essere cacciato!”, “In Italia di sessismo si muore, dalle case ai Cie”.

‘UnDesiderioInComune’, una fra le tante organizzazioni promotrici della manifestazione a Bari, si è detta molto soddisfatta della partecipazione. In coro, le attiviste dell’associazione hanno detto: “Un aspetto positivo della miseria politica del momento è l’enorme quantità di analisi prodotta negli ultimi giorni da femministe vecchie e nuove. Un lavoro preziosissimo che, per esempio, ci aiuterebbe ad evitare errori grossolani, come quello, vecchissimo, di demandare alle donne la responsabilità per il decoro della nazione”. In piazza campeggiavano infatti due cartelloni delle ‘Fabbriche di Nichi’: “La dignità delle donne è la dignità della nazione”, “La dignità della nazione è la dignità delle donne”.

E’ evidente che c’è bisogno di un approfondimento su questi temi, ripetono le attiviste: “Dire che la dignità della nazione dipende da quella delle donne significa non mettere in discussione l’assunto omosociale costitutivo della nazione”. E aggiungono: “Per fare una politica di genere non basta avere delle donne nei posti di potere, si tratta piuttosto di sviluppare un punto di vista sulle relazioni tra i generi che non può essere racchiuso in una prospettiva riformista, in quanto di per sé rivoluzionario. In Italia, il sessismo è stato usato come strumento di governo negli ultimi 20 anni. Questo anche perché era possibile attingere a una cultura profondamente radicata. Molti non si accorgono, inoltre, che alla trappola creata dal modello femminile proposto, corrisponde un altrettanto asfittico modello maschile. La questione, dunque, ci riguarda tutte e tutti”.

di Iside Gjergji