NEW YORK – Cambio di rotta al New York Times. Ancora qualche giorno e poi si dovrà pagare per leggere gli articoli online, così come avviene da anni per il sito del Wall Street Journal. Per i lettori le opzioni saranno due: spendere 20 dollari per una versione “tutto incluso” (compresa l’edizione speciale per iPad) oppure pagare una decina di dollari per il solo accesso al sito, al momento gratuito. Chi ha l’abbonamento cartaceo (che costa più di 40 dollari al mese) potrà accedere automaticamente ai contenuti online.

E chi non vuole pagare? I vertici del giornale hanno deciso che si potrà visionare un numero limitato di articoli al mese, poi scatterà un blocco. La stessa tattica è usata dal quotidiano britannico Financial Times. Ma funzionerà con il New York Times, famoso per una versione telematica molto ricca e finanziata, finora, dalle sole entrate pubblicitarie?

Ogni mese il sito attira 30 milioni di visitatori. Grazie a loro il giornale può contare su 100 milioni di dollari ricavati annualmente dalla pubblicità. Secondo alcune stime, soltanto il 15% dei lettori online sarebbe disposto a pagare un abbonamento mensile. La metà dei naviganti arriva poi da “porte laterali”, come Google e Facebook, e rimane sul sito per leggere non più di uno o due pezzi. Questi accessi non verranno bloccati dal nuovo sistema, ma i vertici del quotidiano sono in trattativa con i siti per imporre, anche a loro, la visualizzazione di un numero limitato di articoli.

Pagare per l’online sembra un trend in crescita nel mondo dell’editoria anglosassone: è pratica consolidata da tempo al Wall Street Journal, e inaugurata di recente, con 50 mila iscritti al mese, pure dal londinese The Times, sempre di proprietà di Rupert Murdoch. Pure un piccolo quotidiano locale degli Stati Uniti, il Dallas Morning News, ha deciso di svoltare, chiedendo 16,95 dollari mensili per l’accesso ai contenuti telematici.

Se i giornali cercano la strada migliore per continuare a guadagnare, i social network si godono i profitti dei nuovi imperi telematici e sono pronti a sbarcare a Wall Street, come fanno le grandi aziende. Ha fatto molto rumore, di recente, il matrimonio d’affari che sembrava decollare tra Goldman Sachs e Facebook: la potente banca doveva vendere, soltanto ai suoi clienti, azioni del popolarissimo sito. La stampa se ne era interessata, parecchio. Talmente tanto da influenzare i termini dell’accordo. Alla fine, Goldman Sachs ha deciso di lasciar perdere l’affare.

Pronto a buttarsi a testa bassa tra investitori e banchieri, invece, sembra LinkedIn, network molto popolare negli Stati Uniti, dove è usato soprattutto da chi cerca lavoro (o dalle aziende che vogliono assumere). LinkedIn ha dimensioni molto più piccole rispetto a Facebook (65 milioni di utenti contro oltre mezzo miliardo). Solo una piccola parte del capitale dovrebbe diventare pubblico (si parla del 10%), e le risorse dovrebbero servire a finanziare un’espansione su scala internazionale.