Il ruolo del senatore Marcello Dell’Utri è stato ricostruito dai giudici a partire dai rapporti con Gaetano Cinà. Nelle motivazioni della sentenza di condanna in secondo grado è indicata la rete gestita da Dell’Utri, compreso lo stalliere Mangano, per “difendere” e far crescere Fininvest adoperandosi con cosa nostra “almeno fino agli inizi degli anni 90” affinché la Fininvest “pagasse cospicue somme di denaro alla mafia” così “agganciando una realtà imprenditoriale che sarebbe diventato un vero e proprio impero”, scrivono i giudici.

“Può dunque ritenersi provato, all’esito dell’analisi delle risultanze probatorie acquisite sul tema in esame, che anche dopo la morte di Stefano Bontate e l’ascesa al vertice dell’associazione mafiosa di Salvatore Riina, gli imputati Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà mantennero costanti rapporti con cosa nostra in particolare adoperandosi, almeno fino agli inizi degli anni ’90, affinchè il gruppo imprenditoriale facente capo a Silvio Berlusconi pagasse cospicue somme di danaro alla mafia”, si legge nelle motivazioni di condanna di secondo grado.

“Entrambi hanno dunque consapevolmente posto in essere condotte dirette a procurare al sodalizio mafioso ingenti illeciti profitti costituiti da somme di denaro percepite a titolo estorsivo. L’avere agito quale tramite tra l’organizzazione criminale mafiosa e la vittima dell’estorsione, percependo personalmente il danaro e consegnandolo nelle mani dei mafiosi, ha indubbiamente integrato per il Cinà, come fondatamente ritenuto dal Tribunale, una tipica condotta punibile ai sensi dell’art. 416 bis c.p. avendo procurato per diversi anni all’intera organizzazione mafiosa il rilevante vantaggio costituito dalla riscossione di ingenti somme di denaro che hanno consolidato e rafforzato le singole famiglie mafiose, ed il sodalizio criminoso nel suo complesso. Quanto all’imputato Marcello Dell’Utri, va ribadito che egli all’epoca dei fatti non era socio di Berlusconi, nonostante fosse divenuto sin dal 1983 consigliere delegato di Publitalia, società che costituiva il polmone finanziario della Fininvest, ed uno dei manager indubbiamente più vicini all’imprenditore milanese assieme a Fedele Confalonieri. Egli ha operato ponendo in collegamento l’estorto con i mafiosi che intendevano costringere la vittima a corrispondere loro ingenti somme di denaro”.

“Ciò Dell’Utri ha potuto fare proprio perché ha mantenuto negli anni, mai rinnegandoli ed anzi alimentandoli, i suoi amichevoli e continuativi rapporti con esponenti mafiosi, in stretto contatto con i vertici di cosa nostra, che hanno accresciuto nel tempo il loro peso e spessore criminale in seno al sodalizio proprio grazie alla possibilità, loro assicurata dall’imputato, di accreditarsi come tramiti con quel facoltoso imprenditore divenuto nel tempo uno dei più importanti esponenti del mondo economico-finanziario del paese, prima di determinarsi verso un impegno personale anche in politica”.

Secondo i giudici “Deve dunque ritenersi provato che l’imputato Marcello Dell’Utri, ricorrendo all’amico Gaetano Cinà ed alle sue autorevoli conoscenze e parentele, ha svolto la contestata attività di ‘mediazione’ operando come specifico canale di collegamento tra l’associazione mafiosa cosa nostra, in persona di Stefano Bontate, all’epoca uno dei suoi più autorevoli esponenti, e Silvio Berlusconi, imprenditore milanese in rapida ascesa economica in quella ricca regione, così ponendo in essere una condotta che ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento ed al rafforzamento del sodalizio mafioso consistito nel procurare, con l’iniziativa dei due imputati, l’appetibile occasione di acquisire una cospicua fonte di guadagno ‘agganciando’, come si vedrà per molti anni, una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico. E’ certamente configurabile pertanto a carico del Dell’Utri (e del Cinà) il contestato reato associativo, non potendo condividersi la tesi difensiva secondo cui l’imputato nell’occasione avrebbe agito non con l’animus dell’’agente assicurativo’ di Cosa Nostra, bensì esclusivamente allo scopo di trovare una soluzione in grado di garantire la sicurezza dell’amico e dei suoi familiari pesantemente minacciati. Si trascura di considerare infatti che la condotta di Marcello Dell’Utri è risultata decisiva nell’apportare consapevolmente all’organizzazione mafiosa un contributo al suo rafforzamento avendo consentito a Vittorio Mangano e quindi a cosa nostra di avvicinarsi a Silvio Berlusconi avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni”.