Barack Obama, presidente dimezzato. E’ quello che molti democratici temono, senza però, dare voce alle proprie paure. Ma il presidente che dice di voler trovare “un terreno comune con i repubblicani”, il presidente che invita i rivali a cena alla Casa Bianca, e che ormai parla di mantenere i tagli alle tasse per i più ricchi, come vogliono i repubblicani, è un presidente molto diverso da quello che i progressisti hanno votato nel 2008.

Per averne la riprova, basta fare un giro da Zabar’s, un market dell’Upper West Side di New York, poco prima dell’ora di cena. Questa è la zona della città di più antica, e costante, fede democratica. I gruppi che qui si sono insediati e che hanno vissuto gli uni accanto agli altri – borghesia ebraica, professori e studenti della vicina Columbia University, portoricani e neri – hanno sempre votato democratico, quasi fosse un riflesso condizionato. Al tramonto Zabar’s – famoso per il pesce affumicato, per i formaggi e i prodotti kosher – è affollato da questo mondo urbano e progressista. Basta qualche domanda ai presenti per far emergere lo stato d’animo di molti democratici oggi.

“Non mi piace l’idea di mediare con questi repubblicani. Ma se il presidente ha deciso di farlo, avrà le sue ragioni”. Ann Gros ha fatto campagna per Obama nel 2008, e campagna per i democratici quest’anno. Dice di aver sentito arrivare la sconfitta democratica – “troppi compromessi con Wall Street” – ma spiega anche che, per il momento, lei continua a sostenere il suo presidente: “Ci ricordiamo cosa sono stati otto anni di George Bush?”. Vicino ad Ann c’è il marito, un agente immobiliare. Chiosa così: “I progressisti sono sempre molto bravi a dilaniarsi”.

Il riferimento è alle notizie che arrivano da casa democratica, e che raccontano di un partito particolarmente nervoso. Fonti giornalistiche parlano anche della possibilità di altre candidature democratiche, oltre a quella di Obama, per le presidenziali 2012. Si fanno già i primi nomi. Anzitutto Howard Dean, ex-governatore del Vermont e candidato alle primarie 2004, adorato dai più giovani e dai progressisti per le sue idee su ambiente, sanità pubblica, guerra (mentre Obama in questi ore apre agli avversari, Dean non ha smentito la sua fama di combattente e ha “mandato al diavolo” i repubblicani, che “ pensano di tagliare la sanità e ridurre le tasse dei milionari”).

Altro nome è quello di Jerry Brown, appena rieletto governatore della California, che piace per le sue prese di posizione anti-establishment (ha proposto limiti al mandato dei congressmen e al finanziamento per la politica). Brown, che deve colmare il clamoroso deficit del budget californiano, sarà in questi mesi alla ribalta politica nazionale. In più, è cattolico, ciò che potrebbe guadagnargli consensi tra la classe operaia di stati come Pennsylvania, Ohio, Massachussetts. Ultimo nome che gira, ovviamente, è quello di Hillary Clinton.

“La situazione di oggi mi ricorda quella del 1968”, racconta Carole Gruber, anche lei incontrata da Zabar’s. Carole, che ha più di 70 anni, ricorda bene le presidenziali di allora. “L’economia è stata per Obama, quello che la guerra in Vietnam fu per Lyndon Johnson: un disastro”. Continuando nel parallelo, la Clinton potrebbe essere per Obama quello che Robert Kennedy fu per Johnson: un ex-membro dell’amministrazione che diventa rivale alle primarie. “E’ un’ipotesi cui non voglio nemmeno pensare”, continua, “ci indebolirebbe enormemente”. Ma anche Carole dice di non aver per nulla amato la conferenza stampa di Obama post-elezioni: “Troppo depresso, sfiduciato, arrendevole”.

Storicamente, poco successo hanno avuto quei candidati che hanno sfidato alle primarie i presidenti del loro partito. Qualcuno ricorda la campagna del repubblicano Pete McCloskey contro Richard Nixon, nel 1972? Oppure quella di Lyndon LaRouche contro Bill Clinton, nel 1996? Una sfida dall’interno ad Obama, soprattutto se portata da “pesi massimi” come Dean, Brown, o la Clinton, potrebbe però indebolire il presidente. Soprattutto, se il clima alla Casa Bianca resta quello attuale: cupo, rassegnato alla continua mediazione con i repubblicani. E del resto è proprio la rassegnazione, il “tirare a campare” per i prossimi due anni, ciò che la Casa Bianca di Barack Obama deve forse più temere. Sembra dircelo Joe, un ragazzo di 23 anni, ultima voce raccolta da Zabar’s: “Ho votato per Obama nel 2008. Non ho votato quest’anno. Mi pareva che non avessero più bisogno di me”.

di Roberta Festa, inviato negli Stati Uniti

Una collaborazione Il Fatto e Dust