La consigliera imputata nel maxi processo contro la camorra, la giornalista minacciata di morte, l’offensiva economica dei clan. Non siamo in provincia di Reggio Calabria e neanche nel napoletano, ma in provincia di Latina, a Sabaudia, luogo di ritrovo per la Roma bene. La consigliera di maggioranza, dei Popolari Liberali, si chiama Rosa Di Maio, ed è imputata per riciclaggio in un processo (a giudizio settanta persone) che vede alla sbarra i vertici del clan Cava, originario dell’avellinese. Il padre, Salvatore di Maio, è imputato, per diversi reati, tra cui quello di associazione a delinquere di stampo mafioso. Per i magistrati avrebbe contribuito alla realizzazione degli scopi del clan con “compiti di vario tipo, principalmente relativi alla cura degli interessi economici dell’organizzazione e al reinvestimento in attività produttive degli illeciti profitti”. E mentre Rosa Di Maio continua a difendersi e a denunciare il complotto mediatico contro di lei, venerdì scorso è arrivato un nuovo colpo di scena. Si tratta dell’inchiesta Underwood condotta dalla questura pontina, che ha portato al sequestro di beni per un valore di 30 milioni di euro. I beni sono intestati a Salvatore Di Maio e ai familiari. Il risultato politico di questa operazione è stata la sospensione di Rosa Di Maio dal consiglio comunale.

Già poche settimane fa il prefetto di Latina Antonio D’Acunto ha invitato il sindaco Maurizio Lucci a “risolvere” la posizione della consigliera. Allora Rosa era rimasta al suo posto. Ora arriva la sospensione. “Non c’è solo la consigliera sotto processo per riciclaggio, ci sono altre indagini anche per abusi edilizi – attacca Antonio Turri, presidente regionale di Libera – non è l’unica indagata in quel consiglio comunale, a garanzia di tutti ritengo utile che il prefetto invii subito una commissione di accesso per verificare la situazione, prima che sia troppo tardi. Non vogliamo un’altra Fondi”.

Anche la stampa è sotto attacco. La giornalista Maria Sole Galeazzi lavora per il quotidiano Latina oggi. Ad agosto ignoti le hanno piazzato un bigliettino sulla macchina “farai la fine delle cornacchie”, in riferimento a quelle trovate morte lungo il litorale a due passi dalla villa che ospitava Roberto Saviano. Poi un’e-mail anonima, su cui indaga la polizia postale, e lettere per denigrarla.

Per capire, allora, quale sia la situazione a Sabaudia bisogna spulciare le carte del processo. Dove spunta anche l’esito di un’asta giudiziaria che Salvatore di Maio avrebbe “controllato” con violenze e minacce nei confronti degli altri partecipanti per evitare che presentassero offerte di rialzo. Lo scopo era di ottenere i beni, intestandoli fittiziamente ad altri soggetti che non sarebbero stati, secondo l’accusa, nelle possibilità economiche di acquisirli. Accuse che la difesa respinge punto a punto. Per i legali, infatti, le attività economiche sono riconducibili al lavoro decennale, nel settore commerciale, della famiglia Di Maio. E soprattutto non ci sono riscontri di passaggi economici dai Cava ai Di Maio e chi ha partecipato alla gara, tranne qualcuno risentito per i modi, ha negato ogni pressione o intimidazione.

Un gruppo criminale i Cava che, i magistrati della procura nazionale antimafia, descrivono come “una struttura familiare che si fonda sulle figure principali di Biagio Cava e del cugino Antonio Cava detto ‘ndo ‘ndo. Gli stessi sono coadiuvati da numerosi soggetti a loro legati da vari vincoli parentali, nonché da una ampia serie di soggetti affiliati(…)”. In rapporti con il clan Genovese, ma anche con i Fabbrocino, padroni dell’area vesuviana.

In attesa degli sviluppi del maxi processo,  Sabaudia è anche al centro di sequestri di immobili e terreni nell’ambito di un’inchiesta sempre della dda di Napoli del marzo scorso contro il clan Mallardo. Dopo l’ultimo maxi sequestro, la questura ha fatto due conti: “ Abbiamo sequestrato dall’inizio dell’anno beni pari a una cifra superiore ai 600 milioni di euro, intestati a persone residenti in questa provincia”. Un’attività che non passa inosservata, ai primi di ottobre sono arrivate le minacce al questore Nicolò D’Angelo e al capo della mobile Cristiano Tatarelli.

di Nello Trocchia