Eni è pronta a firmare un nuovo contratto per lo sfruttamento di gas in Turkmenistan. L’annuncio è arrivato a metà agosto dallo stesso presidente Gurbanguly Berdimukhammedov, ma in Italia non se ne è avuta notizia. Nemmeno il presidente dell’Eni, Roberto Poli, intercettato a Cernobbio durante il forum economico, ha voluto fornire dettagli (ascolta il file audio). Poli dice che prima di annunciare l’accordo bisogna aspettare la firma definitiva. Già, perché finora il presidente turkmeno ha parlato genericamente di un contratto per lo sviluppo del giacimento di Nebit-Dag, senza aggiungere altri dettagli. Secondo i più maliziosi, però, la causa del silenzio è un’altra. Il Turkmenistan è uno degli Stati più repressivi al mondo.

L’organizzazione internazionale Human Rights Watch lo ha più volte paragonato alla Corea del Nord per la sua impenetrabilità, tanto che nessun membro dell’Onu è mai riuscito ad entrarvi ufficialmente. Nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporter Sans Frontiere, il paese è 173esimo su 175. Per capire il perché basta un esempio. Sapardourdy Khadjiev e Annakourban Amanklytchev sono (erano?) due giornalisti turkmeni. Nel 2006 stavano lavorando per la società audiovisiva francese Galaxie-Presse alla preparazione di un reportage sul paese. Ma nel bel mezzo del lavoro sono stati condannati rispettivamente a 6 e 7 anni di carcere per possesso di munizioni illegali. “ Inoltre – aggiunge Reporter Sans Frontiere – i loro familiari ed amici, esattamente come quelli di Ogoulsapar Mouradova, corrispondente di Radio Free Europe morta in carcere sotto i colpi dei suoi carcerieri, non sono autorizzati a lasciare il Paese, sono intercettati e vengono ostacolati nella ricerca di un lavoro”.

Human Right ha un’intera sezione dedicata al Turkmenistan. La situazione è critica su tutti i fronti. Non per ultimo quello sanitario. Persino Medici senza Frontiere ha dovuto abbandonare il paese. Il Turkmensitan non figura bene nelle classifiche sulla democrazia, parola tanto cara ai governati italiani, che per “esportarla” hanno deciso di impegnarsi in due guerre (Afghanistan e Iraq). L’unico partito legalmente riconosciuto è quello di Berdimoukhammedov, eletto con l’89% delle preferenze nel 2007. Al voto quella volta i turkmeni ci erano andati per un motivo ben preciso: trovare il sostituto di Saparmurat Niyazov, salito al potere nel 1990, poco prima della disgregazione dell’Urss, e rimastovi ininterrottamente fino alla morte. Il sostituto era appunto Berdimoukhammedov, 53 anni, una laurea in medicina in patria e un master a Mosca, fino al 2006 dentista personale di Niyazov e ora suo epigone. Insomma, nonostante le annunciate svolte democratiche degli ultimi anni, questo paese, grande un terzo in più dell’Italia ma con meno di un decimo degli abitanti, vive sotto una dittatura repressiva al pari della tanto chiacchierata Corea del Nord. Con un’unica differenza: il Turkmenistan non ha la bomba atomica, ma qualcosa che all’estero interessa molto di più: è il quarto paese al mondo per riserve di gas naturale. Secondo l’annuale rapporto sulle riserve mondiali di idrocarburi pubblicato da British Petroleum, sotto il suolo turkmeno c’è il 4,3% del gas presente al mondo, anche se il paese lo sfrutta poco (produce solo 1,2% del totale globale).

Eni e governo italiano ne hanno intuito l’importanza strategica già da tempo. Come ha scritto lo stesso amministratore delegato Paolo Scaroni sul quotidiano online The Globalist, la nostra compagnia di Stato, controllata da ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti, “è l’unica grande società internazionale presente in Turkmenistan”. In realtà nel paese è presente un’altra compagnia energetica straniera. E’ la Cnpc, società di Stato cinese, che l’anno scorso ha offerto un prestito da 3 miliardi di dollari al governo turkmeno per costruire un gasdotto che a regime dovrebbe portare nella Terra di Mezzo circa 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno. In più, Pechino ed Asghabat sono ora in trattativa per un prestito da 4,1 miliardi di dollari che permetterebbe al Turkmenistan di sviluppare South Yolotan, il più grande giacimento di gas del paese, con riserve che potrebbero soddisfare il fabbisogno europeo di metano per i prossimi 20 anni. Sono proprio queste stime ad attirare da tempo gli interessi dell’Occidente.

Secondo molti osservatori, solo dal Turkmenistan potrebbero infatti arrivare le forniture necessarie per riempire il Nabucco, gasdotto fortemente voluto (ma non ancora realizzato) da Europa e Stati Uniti per contrastare il dominio russo nel mercato dell’oro azzurro. Negli ultimi tempi a corteggiare Berdimukhammedov ci sono andati un po’ tutti, persino il responsabile americano per l’Asia Centrale, Robert Blake, con al seguito una dozzina di società americane attive nel settore energetico. Ma la presenza più notata sulle rive del Caspio, quest’estate, è stata quella di Neil Bush, fratello del più famoso George W. e rampollo di una famiglia che con gas e petrolio ha fatto la propria fortuna. Il fratello minore dell’ex presidente statunitense si è presentato da Berdimukhammedov in rappresentanza della TXOil, società che ha tra i suoi obiettivi ufficiali proprio quello di sviluppare giacimenti di idrocarburi. Guarda caso, tra i nomi citati a metà agosto dal dittatore turkmeno c’era anche quello della società dei Bush: “Terremo in considerazione le offerte prevenienti dalle compagnie statunitensi Chevron, ConochoPhilips e TXOil”.

Resta un fatto: l’Eni è l’unica compagnia occidentale attualmente presente in Turkmenistan. Per la precisione dal 2008, dopo l’acquisizione della società inglese Burren Energy. Oggi il Cane a sei zampe estrae solo petrolio: 12 mila barili al giorno, dice il bilancio 2009. Poca cosa se si considera che nel globale la produzione quotidiana ha superato il milione di barili. Ma l’importante è il futuro, cioè quello che la compagnia di stato si appresta a fare: un accordo sul gas, vero tesoro del paese centro asiatico. Quello tra l’Italia e il regime di Berdimukhammedov ha tutta l’aria di essere un rapporto privilegiato, reso possibile anche dagli interventi personali del premier Silvio Berlusconi, grande amico della Russia di Vladimir Putin, che nella zona del Caspio ha sempre avuto una grande influenza. Nell’ottobre del 2009 il presidente del Consiglio ha ricevuto a Roma in gran segreto il dittatore turkmeno. Su Youtube c’è un video in cui il premier proponeva al suo omologo turkmeno di scambiare la sua assistente con il ministro della Cultura Sandro Bondi.

Intanto i membri del governo italiano hanno iniziato a preparare il terreno. “Apriremo un’ambasciata nel Paese”, ha detto a inizio agosto il ministro degli esteri, Franco Frattini senza fare riferimento all’ultimo contratto. Stessa strategia utilizzata dal vice ministro al Commercio estero, il finiano Adolfo Urso, che proprio in questi giorni era in missione ad Asghabat. Urso ha parlato del grande potenziale energetico del Turkmenistan, ma non ha accennato al nuovo contratto di Eni né alle violazioni dei diritti umani che ogni giorno, secondo le organizzazioni internazionali, avvengono nel paese. Chiedere che una società di Stato chiarisca ai suoi cittadini con chi sta facendo affari appare ancora un risultato troppo difficile da raggiungere. La realpolitik, dicono gli esperti, deve occuparsi d’altro.

di Stefano Vergine

IL RAPPORTO SUL TURKMENISTAN DI AMNESTY INTERNATIONAL