Dio, patria, esercito. La destra estrema di Glenn Beck e Sarah Palin riscrive così il “sogno” di uguaglianza tra tutti gli uomini di Martin Luther King, parlando dallo stesso luogo in cui, quarantasette anni fa, il simbolo della lotta per i diritti civili in America pronunciò la storica frase “I have a dream”. Un tentativo di scippo da parte del Tea Party che ha fatto infuriare la comunità nera americana e tutte le organizzazioni a difesa dei diritti civili.

Sotto un sole afoso, in tantissimi, almeno decine di migliaia, forse di più, si sono dati appuntamento con il motto “Restoring Honor”, come dire “ripristinare l’onore dell’America”. Il modo migliore per rendere omaggio a Martin Luther King, urla al microfono l’ex candidata vicepresidente, “è onorare gli uomini e le donne in uniforme che proteggono gli Stati Uniti”. Poi, acclamatissimo, Beck, icona della Fox News, va oltre, con i soliti toni apologetici: “Sinora l’America ha vagato nell’oscurità. Ma sento che oggi sta accadendo qualcosa oltre l’immaginazione. L’America sta ritrovando Dio”. Stavolta, sotto gli scalini del Lincoln Memorial, sulla spianata del Mall di Washington, rispetto a 47 anni fa, ci sono solo bianchi, spesso obesi, provenienti da tutto il Paese. A unirli non è la militanza contro la segregazione razziale, ma l’orgoglio di essere “veri american” e la rabbia contro il nuovo inquilino della Casa Bianca, quel Barack Obama, nero e cosmopolita, che sin dal giorno della sua elezione, considerano un intruso, un abusivo, un socialista, un corpo estraneo rispetto alla storia americana.

Una marea di gente, ordinata, quasi tutte famiglie, giovani, anziani e bambini, con le loro sedie da campeggio, borse termiche, ghiaccio e bibite comprese, organizzate territorialmente dai Tea Party, il movimento anti-tasse, populista, ultra-conservatore che ormai da mesi ha radicalmente modificato il panorama politico americano, a partire dagli equilibri interni al partito conservatore. Se questa poteva essere considerata una prova di forza, ma anche di maturità in vista delle elezioni di novembre, allora si può dire che i “patrioti” sono stati all’altezza.

Molti di loro hanno addosso le spillette di alcuni candidati primarie repubblicane, oltre alle solite “Stelle e strisce” ovunque, non solo sulle bandiere, come sempre numerosissime. Sembrano pacati, ma basta fare qualche domanda per capire che la rabbia è sempre tanta. “Noi vogliamo indietro il nostro Paese – spiega un uomo anziano dell’Ohio. – Obama? Non sappiamo se ha fatto qualche trucco per essere eletto. In fondo viene da Chicago, dove sono maestri nei trucchi elettorali. E poi chissaà se è americano”. Palin candidata? “Lei è brava – risponde dubbioso – ma io preferirei un uomo, possibilmente un veterano di guerra”. Attorno si forma un capannello di curiosi.

Insomma, Obama non ha più alcuna chance di essere rieletto?: “Credo proprio di no, altrimenti – conclude serio – ci sarà qualcuno che lo farà finalmente fuori”. Attorno, una signora ascolta imbarazzata. Altri invece, soprattutto uomini, sorridono ed esclamano:”Bravo, ben detto”. Gli interventi dal palco sono intervallati da alcuni canzoni patriottiche. La manifestazione ricorda più un happening, un mega picnic dove fare amicizia. Ma quando scatta la musica, allora tutti in piedi con la mano nel cuore e lo sguardo alla bandiera. Non si ferma solo un uomo di mezz’età, vestito di bianco, una specie di santone con in braccio un grande crocifisso di legno che esorta tutti alla penitenza: ’Ogni giorno milioni di bambini muoiono per colpa dell’aborto’, urla l’uomo. E c’e’ chi al suo passaggio si fa il segno della croce, come capita con le processioni di casa nostra. Solo a novembre sapremo se questi motivatissimi militanti anti-Obama riusciranno a mobilitare e rafforzare l’elettorato repubblicano, o al contrario spaventeranno i moderati, aiutando i democratici a recuperare al centro.