Rinviati a giudizio 36 leghisti. Tra loro Gobbo e Bragantini

di Gigi Furini

Le Camicie verdi erano "un’associazione di carattere militare con scopi politici, poi confluita in un’altra e più complessa struttura denominata Guardia nazionale padana". Per questo, 36 leghisti, fra cui il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo e l’attuale deputato Matteo Bragantini, saranno processati a Verona il 1 ottobre prossimo. Tutti devono rispondere del reato di costituzione di banda armata e rischiano, in caso di condanna, fino a 12 anni di reclusione.

I fatti contestati risalgono al biennio 1996-1997 e solo adesso si arriva davanti a un tribunale perché, nel frattempo, gli avvocati degli indagati hanno frapposto mille ostacoli. Ci sono state molte sospensioni e ripetute richieste di pareri e pronunciamenti vari alla Camera, al Senato, al Parlamento di Strasburgo e anche alla Corte costituzionale. I magistrati di Verona (l’inchiesta era stata avviata dall’allora procuratore Guido Papalia) hanno dovuto aspettare tutto questo tempo, ma non hanno mutato atteggiamento di fronte a quelle vicende.

Dice, adesso, in aula, il procuratore aggiunto Angela Barbaglio: "Anche gli scout e gli alpini hanno una struttura che può assomigliare a quella militare e perché nessuno si sogna di processarli? Perché hanno finalità del tutto pacifiche. Le Camicie verdi e le Guardie Padane, invece, avevano come finalità lo scioglimento dello Stato".

Per dare un significato a queste parole, allora, bisogna tornare a quegli anni. Umberto Bossi teneva un comizio al giorno per dare forza e spirito ai "patrioti padani" che avrebbero dovuto opporsi "all’Italia colonizzatrice". Ricordava ogni minuto la battaglia di Pontida e gli "indomiti padani" che la combatterono.
La risposta della piazza era questo ritornello: "Abbiamo un sogno nel cuore/ bruciare il tricolore". Non solo. Ancora Bossi, in un comizio a Venezia, a una signora che aveva esposto la bandiera italiana alla finestra di casa, aveva gridato: “Il tricolore lo metta nel cesso".

Dopo Bossi, ecco Mario Borghezio: “Gli extracomunitari sappiamo dove sono. Andiamo a prenderli noi e li mandiamo a casa loro a calci in culo". E a chi gli faceva presente che esistevano gli islamici moderati, ribatteva: "Moderati un cazzo, se noi padani siamo tutti uniti, gli facciamo un culo così".
E non era più morbido l’allora sindaco di Treviso, Gentilini, che invocata la "tolleranza zero contro lo straniero magari rifugiato in una parrocchia, ospite di qualche prete rosso".

Agli atti dell’inchiesta anche le parole di Corinto Marchini, primo comandante delle Camicie Verdi: "Bossi mi telefonò per chiedermi se eravamo pronti a sparare contro i carabinieri. Gli risposi che era matto, ma quella telefonata, benché intercettata, non la possono usare nelle indagini perché coinvolgeva un parlamentare".
E proprio i trascorsi parlamentari hanno salvato dal processo nomi di spicco della Lega di allora: Bossi, Borghezio, Enrico Cavaliere, Giacomo Chiappori, Giancarlo Pagliarini, Luigino Vascon, Roberto Maroni e Roberto Calderoli.

Sono usciti di scena nello scorso mese di dicembre dopo una sentenza della Corte costituzionale in merito a un ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. La stessa sorte era toccata a due senatori, Vito Gnutti e Francesco Speroni, così che questi dieci indagati eccellenti si sono visti riconoscere "il non luogo a procedere per mancanza di condizione di procedibilità". Sul banco degli imputati, allora, ci saranno gli altri 36. Fra loro, oltre a Gobbo e Bragantini, spiccano i nomi dell’ex sindaco di Milano, Marco Formentini e del consigliere comunale di Verona, Enzo Flego.

L’ordinanza del giudice per l’udienza preliminare, Rita Caccamo, è lunghissima. Secondo il gup, gli imputati "hanno partecipato e organizzato un’associazione a carattere militare, articolata in compagnie territoriali, ciascuna con il programma di affermare l’autonomia della Padania. Per il giudice Caccamo, le Camicie Verdi "costituivano un vero e proprio apparato parallelo alle forze armate".

Immediate le risposte dei vertici leghisti. "Se siamo così pericolosi – dice il sindaco di Treviso, Gobbo – bisognerebbe arrestare i giudici che ci hanno lasciato in libertà tutti questi anni".
"La giustizia – spiega il ministro Luca Zaia – dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime. In realtà, al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza fra quanto accade e quanto si attendono i cittadini".

Al di là di tutto, il processo comincerà. Difficile dire quanto potrà durare e come potrà finire. In effetti di tempo ne è passato tanto e anche Bossi ha cambiato opinione. Prima voleva gettare nel cesso il tricolore, adesso giura sulla Costituzione la sua fedeltà alla Repubblica.

Da il Fatto Quotidiano del 24 gennaio