Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Dda, è il pm che ha chiesto il rinvio a giudizio per Totò Cuffaro per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 5 febbraio si svolgerà l’udienza preliminare. Richiesta arricchita dai pizzini inviati da Provenzano a Ciancimino e consegnati dal figlio Massimo secondo cui a proposito dell’amnistia ha scritto che ne aveva già parlato con Cuffaro e Mormino ricevendone segnali buoni. Di Matteo, 48 anni, vive scortato da 16 anni. “Rinunce e sacrifici fanno parte del mestiere che ho scelto di fare” dice, ma   c’è un ma a rendere diversa la condizione dei magistrati oggi: “Da qualche anno a questa parte è diventata abitudine da parte di uomini delle istituzioni, di giornalisti dire che i magistrati sono politicizzati, deviati, che desiderano il male altrui, fino a diventare ‘plotone di esecuzione’. Trattasi di assenza di rispetto anche formale per il ruolo del magistrato che non ha nulla a che vedere con le legittime critiche ai provvedimenti”.

   È un clima che percepisce anche nei processi?

   Il clima che si respira nel paese si è diffuso anche nel tessuto criminale. I parenti degli imputati assumono atteggiamenti spavaldi   , di denigrazione preventiva, prima impensabili, nei confronti di chi indossa la toga.

   Qualche esempio?

   Sono tantissimi. Lo ascoltiamo anche nelle intercettazioni. I mafiosi parlano con i loro parenti additando il magistrato che li indaga o li giudica come un persecutore che vuole a tutti costi la loro condanna. E nell’ultimo periodo è sempre più frequente. Così come accade che alla lettura della sentenza di condanna i parenti degli imputati gridino, inveiscano contro i giudici contro i pubblici ministeri. Offese personali, di ingiurie violentissime. Clima che contagia anche alcuni testimoni che convocati a rendere dichiarazioni in dibattimento mostrano una spavalderia nel mentire convinti che possono farlo impunemente. 

   A cui si aggiungono i provvedimenti adottati e quelli in corso come il processo breve.

   Certamente accrescono l’incertezza sull’efficacia e sugli esiti dei processi. È stato così per l’indulto e sarà ancora peggio, ovviamente, per il processo breve che renderà sempre più diffusa la sensazione che in un modo o nell’altro si possa eludere la giustizia e che comunque anche   quando si incappa in una sentenza di condanna si potrà in ogni caso uscirne impunemente affermando di essere stati perseguitati da una magistratura che risponde a intenti persecutori o politici. Di fronte a questi continui attacchi così violenti, e purtroppo certe volte provenienti dalle istituzioni, la magistratura è sempre stata in silenzio e continuerà a fare il suo lavoro senza condizionamenti. Ma non si può non evidenziare che certe condotte, affermazioni che caratterizzano la cronaca di ogni giorno provocano conseguenze gravissime nel tessuto sociale e anche in quello criminale. Non dimentichiamo che isolamento e denigrazione, ancor più di singoli magistrati, è il ‘brodo di coltura’ nel quale la mafia ha agito per preparare le stragi. E un normale senso istituzionale dovrebbe ricordare a tutti che quando si parla in maniera così offensiva dei magistrati si parla di persone che comunque quotidianamente sono a   contatto in prima persona con i mafiosi, li arrestano chiedono gli ergastoli o li infliggono, sequestrano i loro beni. Noi esposti per natura, ne siamo consapevoli e non ci lamentiamo ma   fa rabbia constatare come la nostra esposizione venga esponenzialmente accresciuta da affermazioni offensive, inopportune che di fatto conducono all’isolamento della magistratura.

   Le indagini in corso rivelano segnali che Cosa Nostra può tornare a colpire?

   Vi sono segnali che rendono plausibile un ritorno a scelte strategiche di contrapposizione frontale. Il dna di Cosa Nostra è tale per cui alterna periodi di inabissamento a quelli di attacchi frontali. Non dobbiamo illuderci che la sommersione di Provenzano sia eterna. Rispetto ad altri periodi la forza militare è indebolita però la storia insegna come la capacità di reclutamento di uomini e di forze sia sempre tale da permettergli di rialzare la testa. 

   Penso all’intenzione di colpire la sorella del gip di Caltanissetta Giovanbattista. Fino ad ora la vendetta trasversale è stata dedicata solo a chi “saltava il fosso”.

   Vuol dire che tutti coloro che ci sono vicini possono diventare bersagli. È preoccupante. Amareggia constatare che ai rischi naturali si aggiungono quelli di una denigrazione generalizzata.

da Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2010