“Accuse inconsistenti, circuito mediatico giudiziario prima del voto, fuga
di notizie”. Tuonava come da copione il Pdl appreso dell´inchiesta a carico
del candidato alla presidenza della Provincia di Modena Luca Ghelfi,
avvocato civilista ex Udc, accusato assieme al commercialista Ruggero
Speranzoni
di aver intascato mazzette per truccare un’asta immobiliare del
Tribunale. Il sottosegretario ex Udc Carlo Giovanardi, che ha già annunciato un
nuovo capitolo del bestseller Storie di straordinaria ingiustizia, vorrebbe
“capire perché, senza un minimo di prudenza e di riservatezza, gli atti
istruttori in avvio d´indagini preliminari siano stati così precipitosi
tanto da rischiare di condizionare la tornata elettorale (8 giugno)”. E
puntuale, alla ripresa dei lavori parlamentari, il ministro Alfano
risponderà all´interpellanza del deputato reggiano Emerenzio Barbieri, anche
lui transfuga dall´Udc.

La vendita all’incanto e la denuncia che ha fatto scattare l´inchiesta dei
pm Claudia Natalini e Stefania Mininni sono di fine maggio. Secondo il
quadro accusatorio che ha portato all’arresto in flagranza del
commercialista, i congiunti dell’ex proprietario di tre lotti d´immobili
pignorati per debiti ottengono precise garanzie dal loro legale di fiducia
Ghelfi: ossia che previo pagamento di 25mila euro a Speranzoni, deus ex
machina
delle aste e in passato curatore fallimentare, sarebbero riusciti a
tornare in possesso dei beni di loro interesse perché non vi sarebbero stati
rialzi. L´unico concorrente, difatti, è un prestanome del commercialista.
Tutto fila liscio fino a che i parenti dell’esecutato non presentano
denuncia, infastiditi dall’entità del versamento: fra l’altro solo 15mila
euro finiscono a Speranzoni, il resto è la cresta dell’avvo-candidato di
fiducia.

Il denaro, con l’apporto fondamentale delle intercettazioni
telefoniche, lo scovano i pm eseguendo con la Guardia di Finanza le
perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni dei due indagati per
estorsione e turbativa d’asta. Presunti innocenti, certamente, ma Speranzoni
finisce in manette (poi scarcerato settimane dopo per il venir meno delle
esigenze cautelari) col malloppo sotto lo studio legale, il candidato alla
presidenza della Provincia viene trovato con una mazzetta da 500 euro nel
portafogli e “solo” 4.500 euro nel comodino di casa. Se si fosse atteso il
voto, dunque, non ci sarebbero stati i sequestri del denaro poi blindati dal
Riesame. Giovanardi propala sui quotidiani la “giustizia ad orologeria”
mentre Emerenzio Barbieri, già noto alle cronache per aver lamentato la
mancanza di un parrucchiere gratuito alla Camera per le colleghe, sottopone
al ministro Alfano “le modalità spettacolari del blitz della Finanza ed il
clamore mediatico che hanno accompagnato la vicenda alla vigilia del voto”
chiedendo l´invio di ispettori per la “divulgazione di notizie riservate”.
Che resta tutta da provare. Gli atti noti a difensori, indagati e Gip sono
pubblicabili e la notizia della perquisizione nello studio legale certo non
ha fatto l’interesse dell´accusa: l´unico quotidiano a pubblicarla
l´indomani, Il Resto del Carlino, non ne spiegò bene le ragioni: non era a
conoscenza degli altri sequestri e neppure di chi fosse coinvolto (“forse è
indagato un cliente di Ghelfi”). Intanto però si aprì il varco alle solite
litanie sulla giustizia ad orologeria, a prescindere dai fatti,
naturalmente.