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Il 2019, l’anno in cui ha trionfato lo sportwashing

Due Supercoppe italiane hanno aperto e chiuso, il 16 gennaio e il 22 dicembre, l’anno che ha visto trionfare lo sportwashing, la strategia praticata dalle monarchie del Golfo per distogliere – grazie all’organizzazione di eventi sportivi di grande fascino e richiamo – l’attenzione dalla pessima situazione dei diritti umani.

Nel 2019 nel regno dell’uomo forte dell’Arabia Saudita, il “riformista” Mohamed bin Salman, si è disputato di tutto: oltre alle Supercoppe, finali di boxe, tornei di golf e tennis, amichevoli di calcio, una gara del campionato automobilistico di Formula E e persino un incontro di wrestling femminile.

Anche altri stati del Golfo hanno praticato lo sportwashing, privilegiando soprattutto le gare automobilistiche e motociclistiche, come nel caso del Bahrein e degli Emirati arabi uniti. Un giorno prima della Supercoppa italiana, il Liverpool aveva vinto in Qatar quella mondiale (facendo almeno il gesto di rifiutare il soggiorno in un albergo noto per essere stato costruito sfruttando manodopera straniera).

Nel 2020, anno in cui l’Arabia Saudita presiederà il G20, sono in programma corse ciclistiche, rally automobilistici e un’altra Supercoppa di calcio, quella spagnola.

Grazie allo sportwashing rimangono sullo sfondo la guerra in Yemen, la repressione del dissenso interno, le decapitazioni in piazza, la prolungata detenzione delle attiviste per i diritti delle donne e l’omicidio di Jamal Khashoggi. A proposito di Khashoggi, non erano passate neanche 24 ore dalla finale di Supercoppa che veniva annunciato il verdetto di primo grado: 11 imputati, cinque condannati a morte, tre a pene detentive e tre assolti.

Aveva ragione, dunque, il presidente della Lazio Claudio Lotito quando, rispondendo a chi protestava per la disputa della Supercoppa a Riad, aveva proclamato: “Chi è assente ha sempre torto”? Non proprio, andando a scoprire chi sono i tre assolti: Saud al-Qahtani, il più importante tra i consiglieri di bin Salman, suo personale spin-doctor; il generale Ahmed al-Assiri, ex numero due dell’intelligence; e Mohammed al-Otaibi, che all’epoca dell’omicidio di Khashoggi era console generale a Istanbul.

A coloro che sostengono la teoria novecentesca che “lo sport deve rimanere fuori dalla politica”, è facile ribattere che attraverso lo sportwashing lo sport si fa strumento della politica.

C’è da augurarsi che all’interno del mondo dello sport, nel 2020, ci sia qualcuno che vorrà essere “assente” e ribellarsi allo sportwashing. A partire, magari, da chi vincerà il campionato di calcio e da chi vincerà la Coppa Italia. La prossima Supercoppa giochiamola nel nostro paese!