Elezioni Politiche 2018

Noia, tensione e insulti: fine di una campagna. Da Silvio show a Di Maio al Colle. Poi Salvini col Vangelo e Pd senza fiato

L'Italia va alle urne dopo settimane stanche di comizi e promesse elettorali. C'è stato il ritorno dell'ex Cavaliere che ha unito la coalizione intorno alla flat tax, poi la presentazione del governo dei sogni dei 5 stelle, quindi le polemiche per le uscite fuori registro del Carroccio. Se Liberi e uguali ha perso entusiasmo strada facendo, ha retto a sorpresa la Boldrini. Mentre i dem si sono agganciati a Gentiloni per restare a galla. I grillini sperano di fare il colpo con l'incognita dei candidati già espulsi e ancora in corsa

La fine è arrivata quasi per inerzia, con slogan ripetuti quasi stancamente e a memoria. L’ultimo colpo di teatro – capirai – è stato quello di Matteo Salvini, in piazza a brandire con Costituzione e Vangelo. L’unica trovata è stata la presentazione del governo dei sogni del M5s. Funzionerà? Chissà. Intanto il primo effetto è stato lo smarrimento dei leader del centrodestra al quasi completo che in un fuorionda confessano di temere il cappotto dai grillini. Berlusconi comunque ha fatto Berlusconi e quello gli basta: ha ripetuto il copione ovunque sia stato, affiancando alla televisione un uso più intenso dei social network. Il Pd è stato più a commentare che a proporre, si è chiuso su quello che ha fatto e in particolare sulla faccia più spendibile di Paolo Gentiloni che a differenza di Matteo Renzi per ora non ha perso in nessuna tornata elettorale o referendaria. I mesi che hanno preceduto le elezioni del 4 marzo sono il frutto anche di una legge elettorale che potrebbe non dare una maggioranza e che, soprattutto, è un sistema più proporzionale che maggioritario. Quindi, per esempio, le coalizioni sono state quasi tollerate, con ciascun partito che ha corso per sé. A destra basta guardare le facce dei leader nella manifestazione quasi sbrigativa fatta a due giorni dal silenzio elettorale. A sinistra la manifestazione unitaria non l’hanno nemmeno fatta. I Cinquestelle puntano a essere il primo partito e, anzi, già lo sono, ma difficilmente avranno una maggioranza autonoma in Parlamento, mentre Liberi e Uguali ha puntato sulle differenze con il Pd sperando di raccogliere i delusi da Renzi. Detto che gli unici altri protagonisti della corsa possono essere, dai poli opposti, CasaPound e Potere al Popolo (che erode elettorato a Liberi e Uguali), ecco come i partiti hanno affrontato la lunga rincorsa verso il giorno delle elezioni. Che potrebbe essere, in realtà, il giorno del grande pareggio.

Lega Nord
Sempre più sovrapponibile al partito personale di Matteo Salvini che non al movimento delle origini di Umberto Bossi, il Carroccio sente di poter raggiungere risultati mai visti prima sotto una nuova veste. Innanzitutto la trasformazione in una forza politica nazionale e non più regionale, alla base del possibile sfondamento della Lega di sicuro nel Centro Italia e forse perfino in alcune Regioni del Sud.

Salvini ha martellato con una serie di slogan per fare breccia: l’abolizione di molte leggi del centrosinistra – in testa la Fornero ma anche la Buona Scuola. Ma soprattutto tutto il vocabolario del leader leghista, il Capitano come lo chiamano i suoi sostenitori, si è concentrato sulla sicurezza e sull’immigrazione. Il mantra è quello di rispedire chi entra in modo irregolare nel proprio Paese. Fino a superare il limite che nessuno aveva osato: attribuì la colpa dei tentati omicidi di Luca Traini – un ex militante del suo partito – a “chi ha permesso immigrazione fuori controllo”. Una mossa che non gli ha fatto perdere voti, anzi.

Ha riempito piazza Duomo, a Milano, ed è lì che ha fatto l’occhiolino a elettori di altre aree, opposte a quelle dei simpatizzanti di destra: ha giurato sulla Costituzione e sul Vangelo. Se basterà ad allargare ancora il suo bacino elettorale è tutto da vedere.

Forza Italia
Ha puntato tutto sul proprio leader, incandidabile ma formidabile come sempre in campagna elettorale. Nessun comizio, al massimo qualche intervento al chiuso e tavoletta abbassata con i social (instagram stories comprese) e soprattutto, ancora, come sempre, in televisione: Silvio Berlusconi ha trascinato il suo partito, spostandolo quasi di peso dalla depressione degli anni scorsi al sogno del sorpasso sul Partito Democratico in crisi e soprattutto alla guida salda della coalizione. Nel frattempo tutta la “corte” è scomparsa, tutti coloro che hanno hanno fatto da comparse.

Il fisco è stato, come in tutte le sue campagne elettorali, il titolo principale. La password, in particolare, è stata flat tax, cioè l’aliquota unica per tutti. Si tratta d’altra parte anche dell’unico punto di vera congiunzione con gli altri partiti della coalizione, laddove invece le posizioni si differenziano e anche di parecchio su altri temi come l’Europa e l’immigrazione. Resta, da un altro punto di vista, il problema delle coperture necessarie per rendere possibili le promesse in campo economico.

Ma nella corsa interna al centrodestra per il primato che potrebbe dare il diritto ad indicare il presidente incaricato di formare il governo, a un certo punto Berlusconi ha fatto da garante nei confronti delle istituzioni europee nei suoi viaggi a Bruxelles, ma ha deciso di occupare un po’ di più il terreno della discussione sull’immigrazione. I must di questa campagna elettorale che l’ex Cavaliere ha pronunciato in tutti i suoi discorsi sono due: quello che ha definito il “piano Marshall” per l’Africa per rallentare i flussi migratori (“perché con le televisioni da là vedono che qui c’è benessere”) e l’allarme sicurezza, con l’episodio ripetuto fino alla nausea del presunto racconto fatto da un ufficiale dei carabinieri, secondo il quale durante un intervento per un furto è stata trovata svuotata una mezza bottiglia di olio perché bevuta (il che significa, dice Berlusconi, che i migranti sono disposti a tutto per fame e disperazione).

Incalzato dagli alleati, ha indicato come possibile presidente incaricato a Palazzo Chigi il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani. Che potrebbe essere lo stesso nome per la guida di un governo di larghe intese a trazione berlusconiana. Ma tutti smentiscono, fino al 4 marzo.

Fratelli d’Italia
L’ala destra della coalizione ha dovuto farsi spazio per rendersi visibile tra i due partiti più grandi della coalizione. Giorgia Meloni ha lamentato per tutta la campagna elettorale di essere sottoposta in continuazione a esami di storia invece che a domande sul suo programma. D’altra parte, come nel caso di Salvini, non è lei a esprimere simpatie che fanno “notizia”, ma spesso lo sono i suoi militanti, se non i dirigenti. La Meloni si è ritagliata il ruolo della “parola d’onore”, ha puntato molto sul “no all’inciucio”, a nessuna disponibilità a comporre una maggioranza di larghe intese. Ha anche organizzato una manifestazione apposta, ma Berlusconi l’ha disertata destando sospetto mentre Salvini ha preferito evidentemente contribuire alla crescita del suo consenso.

Come per la Lega, i temi forti riguardano l’immigrazione (“fuori i clandestini”), la sicurezza e il lavoro, ma anche le critiche agli ultimi governi di centrosinistra soprattutto sulle banche (in Fratelli d’Italia si candida una “leader” dei risparmiatori di Banca Etruria) e sui conflitti d’interesse dalle parti del Pd, per esempio sulle coop che gestiscono i centri d’accoglienza dei migranti. L’accento è sempre su una parola: patria. Quindi sono “traditori” della stessa tutti coloro che non fanno gli interessi degli italiani. L’ultimo colpo di campagna elettorale è stato l’incontro con Viktor Orban, il controverso presidente dell’Ungheria, appartenente al Ppe ma abbastanza fuori linea sull’immigrazione.

Noi con l’Italia
L’hanno chiamata la “quarta gamba” del centrodestra. Punta a superare la soglia di sbarramento del 3 per cento. Per farlo ha puntato su una serie di mini-leader che possono contare su pacchetti di voti a livello locale. Il leader è Raffaele Fitto, ex Forza Italia, forte in Puglia. Ma poi in Lombardia ci sono Maurizio Lupi e Roberto Formigoni (nonostante la condanna in primo grado per corruzione), in Piemonte l’ex ministro alfaniano Enrico Costa, in Veneto Flavio Tosi e l’ex montiano Enrico Zanetti, in Sicilia l’ex ministro Saverio Romano, in Calabria e in Campania Lorenzo Cesa che porta in dote i voti dell’Udc. Tra gli altri esponenti anche Gaetano Quagliariello ed Eugenia Roccella. In sostanza è diventato il rifugio di chi non ha trovato posto nelle liste di Forza Italia e della Lega dopo collaborazioni più o meno attive con i governi delle larghe intese di questi anni. Tema principale, quello più democristiano possibile cioè la famiglia. Naturalmente nella coalizione è il lato opposto rispetto alla Lega, anche sulle questioni dei rapporti con l’Europa e dell’immigrazione.

PiùEuropa
Nonostante il nome di una lista che va del tutto controcorrente rispetto al mainstream dei leader politici (Pd compreso), in un mese è diventata da risorsa a incubo di Renzi, perché ha logorato voti ai democratici oltre che a Liberi e Uguali. Per via del messaggio forte puntato sui diritti civili e sul no al razzismo (e quindi a una maggiore moderazione nell’approccio alla questione dell’immigrazione), si è trasformata nella costola di sinistra della coalizione un po’ male in arnese che i democratici sono riusciti a costruire intorno a loro. La figura di Emma Bonino, da sola, fa da manifesto e spot elettorale. Un di più è arrivato dall’analisi dei programmi elettorali, con Carlo Cottarelli che ha certificato che quello di PiùEuropa è l’unico che non mette ulteriormente a rischio il debito pubblico. Un’operazione verità che ha portato la Bonino a ipotizzare una reintroduzione dell’Imu per i più ricchi, uscita presa non benissimo da Renzi.

Candida molti radicali di corrente boniniana, ma anche diversi ex democristiani di centrosinistra per via dell’alleanza con Centro Democratico di Bruno Tabacci, un patto necessario alla Bonino per presentarsi alle elezioni senza la corsa alla raccolta firme necessaria per legge.

Insieme
E’ una lista formata dai Verdi, dal Psi e da alcuni esponenti ulivisti come l’ex ministro Giulio Santagata e “scottati” dalla cometa di Giuliano Pisapia, come alcuni ex Mdp che non sono entrati in Liberi e Uguali. E’ vista come la lista erede dell’Ulivo e della vecchia idea di centrosinistra degli anni Novanta e primi Duemila e forse anche per questo ha ricevuto l’endorsement nientemeno che di Romano Prodi.

Lo slogan usato da Riccardo Nencini, leader dei socialisti, è stato quello di “dare voce ai senzavoce”. La lista si presenta come una “forza tranquilla”, riprendendo quasi le parole del Partito socialista francese (ma quello era un partito di massa), che segue la linea di una “sinistra riformista”, quindi laica, ambientalista, europeista. L’ambiente viene visto come motore per l’economia e le disuguaglianze “non sono il prezzo da pagare al progresso”. Quella di Insieme è una corsa – forse disperata – verso la soglia di sbarramento del 3 per cento.

Civica Popolare 
E’ la lista di centristi a sostegno del centrosinistra. Guidata da Beatrice Lorenzin, è composta in grandissima parte da esponenti che hanno fatto parte per anni del centrodestra berlusconiano. Una volta usciti da Forza Italia al momento della scissione (causata dalla decadenza di Berlusconi e dalla necessità di sostenere il governo Letta), sono andati tutti in Alternativa Popolare. Ma gli alfaniani, appunto, si sono divisi un po’ nel centrodestra e un po’ sono rimasti affezionati all’idea del nuovo centrosinistra, spostato un po’ più verso destra. La Lorenzin, da ministra della Salute uscente, ha puntato molto sui temi della sanità e della scienza (agitando per esempio la questione dei vaccini). Simbolo violaceo e petaloso, il sogno di Civica Popolare sarebbe un governo Gentiloni forever. Infatti tra gli esponenti più in vista c’è Pierferdinando Casini, candidato blindatissimo a Bologna.

Liberi e Uguali
L’onda dell’entusiasmo si è un po’ rimpicciolita col passare dei mesi. Le assemblee locali che hanno fondato il nuovo partito a sinistra, sulle gambe degli ex Pd, di Possibile e di Sinistra Italiana, non hanno permesso di allontanare in modo netto l’idea che sia stata un’operazione di apparato più che di popolo. Certo, Liberi e Uguali si rivolge a chi si sente ancora di sinistra e si è stufato di una guida come quella di Renzi. Abbattere Renzi è il pensiero fisso. Abbattere alcune delle sue riforme, idem, a partire dal Jobs Act. In quest’area il punto di partenza è sempre il lavoro e per fare il lavoro, è il mantra, servono investimenti. Con un magistrato antimafia come leader è inevitabile che la stella polare sia la “questione morale”, detta così – per esteso – proprio da Piero Grasso anche per ribadire che la vera sinistra sta lì. A questo Grasso in persona ha aggiunto con forza i temi ambientali, tanto che la prima candidatura proveniente dalla società civile è stata quella di Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente.

Qualche problemino con l’accusa di candidati “calati dall’alto”, un leader – Pietro Grasso – che sembrava capo assoluto nelle sue rivendicazioni di guida senza padrini (che sarebbero D’Alema), ma che sul filo del traguardo è stato incalzato e forse addirittura superato dalle sorprendenti abilità comunicative dell’altra presidente, Laura Boldrini. E’ stata lei, per esempio, ad accettare e combattere almeno da pari Matteo Salvini un duello televisivo. Il suo hashtag #rudimenti (nato proprio da una battuta rivolta al segretario della Lega) è diventato lo slogan su Twitter per ironizzare sulle promesse – secondo la Boldrini impraticabili – avanzate degli altri partiti, in tema di immigrazione ma non solo. Questo coro a più voci ha forse indebolito il partito fondato da Bersani, con Grasso che si lascia scappare di essere a disposizione di un governo di scopo anche con Berlusconi e la Boldrini che lo corregge il giorno dopo. Su tutto, poi, pesa anche l’ombra di D’Alema. Difficile che Liberi e Uguali diventi un ago della bilancia visto che nega qualsiasi collaborazione con qualsiasi governo, ma quello che si ripete è che con una legge in gran parte proporzionale il voto non è inutile.

Partito Democratico
Appesantito da 5 anni di governo di larghe intese, in cui ha dovuto fare più di qualche conto con gli alfaniani, il Pd ha rivitalizzato con un plebiscito il suo leader travolto dal no al referendum costituzionale ma a un certo punto si è accorto che Matteo Renzi da solo non bastava più. Anzi, forse il contrario: Prodi ha elogiato Gentiloni, Letta ha detto che menomale c’è Gentiloni, Veltroni ha fatto iniziative con Gentiloni. Gentiloni ovunque negli ultimi due mesi.

Modi più soft, dicono i critici, per dire comunque la stessa cosa. Cioè che il Partito Democratico è un po’ più a destra di dov’era cinque anni fa quando il segretario era Pierluigi Bersani. Da una parte Renzi rivendica come riforme di sinistra quelle sui diritti civili che è vero che nessuno aveva fatto prima (unioni civili, biotestamento), ma anche sul Terzo Settore. Dall’altra ci sono le riforme del lavoro – il Jobs Act che Renzi rivendica per le cifre – e sull’economia – abolizione dell’Imu, bonus degli 80 euro – considerate di destra. Così come il nuovo approccio sull’immigrazione. Nuovo nel senso che Renzi è passato dal messaggio sul “salviamoli tutti” dopo le tragedie in mare del 2015 al piglio più securitario del suo ministro dell’Interno Marco Minniti.

Né sembra aiutare molto la nuova alleanza di centrosinistra, costruita quasi solo per dimostrare che non è vero che Renzi “esclude”. Il messaggio principale di PiùEuropa è l’opposto della politica sui flussi migratori del governo, Civica Popolare è piena di ex berlusconiani, Insieme fa fatica a farsi riconoscere.

Così la campagna elettorale del Pd è rimasta un po’ a rimorchio. Renzi si è occupato più della polemica nei confronti degli avversari (i grillini “impresentabili”, il pericolo Salvini) che non a presentare le buone idee del proprio programma. Quello economico, tra l’altro, è stato ritenuto senza coperture sufficienti. Ma il senso degli ultimi due mesi di corsa verso le elezioni del leader è stata una frase rivelatrice: “Turatevi il naso e votate Pd. In molti casi candidati ottimi”.

Movimento Cinque Stelle
Prima dovevamo entrare in Parlamento, ora cerchiamo il governo, ha detto il capo politico Luigi Di Maio. Così il fatto nuovo del M5s è la possibilità di cercare alleati in Parlamento. Naturalmente senza trattative. Non un’alleanza, ma un’offerta a chi vorrà stringere accordi su alcuni precisi temi: se vi piace quello che vi presentiamo, allora votatelo con noi, questo il senso.

Nella prima campagna davvero senza il contributo attivo di Beppe Grillo e sotto la regia attenta di Davide Casaleggio, le parole d’ordine restano quelle sui costi della politica, ma di più quelle sul reddito di cittadinanza e sul lavoro. Lo ha detto il candidato presidente del Consiglio dal palco di piazza del Popolo: “Il primo atto del governo M5s sarebbe un decreto per togliere i vitalizi e tagliare gli stipendi dei parlamentari”. Utopia? Presto per dirlo. La novità di questa campagna elettorale un po’ stanca è stata senza dubbio la presentazione di un governo possibile che appare più un’iniziativa elettorale che realistica, ma può dare un’indicazione in più all’elettore indeciso che magari va oltre i programmi che spesso restano lettera morta. Di Maio addirittura si è presentato al Colle per preannunciare l’invio della lista dei ministri a Sergio Mattarella e poi l’ha mandata via mail. Il Capo dello Stato ci ha tenuto a far sapere che quello non era il modo per fare le cose, ma intanto, a livello di comunicazione politica, il risultato è stato che i 5 stelle sono riusciti a far passare il messaggio di aver già contattato il presidente della Repubblica. Un dettaglio importante per chi, dall’inizio del Rally Tour (così hanno chiamato la campagna elettorale), voleva dare un’immagine rassicurante e di stabilità. Riusciranno ad avere l’incarico per formare il governo? Chi vivrà vedrà. Intanto la presentazione su sfondo blu con bandiere tricolore c’è stata e i ministri agli elettori sono stati presentati.

Resta da capire quanto sarà frenante per il risultato del voto il caos sui candidati, il che segnala ancora qualche problemino nella selezione. Oltre alla decina di parlamentari uscenti (anche ortodossi e in vista) espulsi per la questione dei bonifici mai partiti, l’ultimo caso è stato quello dell’imprenditore Salvatore Caiata, indagato per riciclaggio e soprattutto per niente convinto di lasciare il seggio in caso di elezione. Di Maio si dice tranquillo perché tanto qualsiasi cosa farà non sarà con i 5 stelle, ma intanto non si può negare che il filtro qualità per la selezione ha avuto ben più di un difetto.

Ciò che importa i grillini è solo quello che sarà il giorno dopo del voto. Sarà valsa la pena di fare compromessi e seguire la via indicata da Casaleggio junior? E’ finita l’epoca delle piazze e dei vaffa, per aprirsi quella del governo e delle segrete stanze da scardinare come “una scatoletta” come sognavano in passato? Grillo, per ora unico garante, li sostiene anche in questo passaggio di epoche. Anche se il futuro potrebbe riservare non pochi colpi di scena.